Qual è il futuro dell’umanità che vive sotto al ponte?

Da quanto tempo non passate da Ventimiglia?

Da quanto tempo non vi capita di fermarvi a osservare che cosa succede sotto ai ponti del fiume Roya?

È così facile compatire il prossimo se questo è aldilà di uno schermo, così tanto più semplice dare una mano mettendo un “like” ad un video commovente. O forse è ancora più semplice spegnere il televisore, cambiare canale. Ma non è forse vero che così facendo si spegne anche il nostro collegamento con il mondo?

Noi non siamo isolati, noi vogliamo essere isolati. Vogliamo possedere un piccolo sprazzo di realtà che sia solo nostro, che non possa essere toccato da altri, che possa vivere solo delle nostre emozioni. Ci battiamo tanto per ufficializzare il “villaggio globale” e ci vantiamo sempre di aver creato un mondo sociale. Ma la verità è che siamo indifferenti. Ci sentiamo sempre i soli e unici protettori e creatori del mondo, i soli e unici eroi e re della nostra avventura. Ciò che fa il resto del mondo non è affar nostro, l’importante è che non venga toccato il mio modo di vivere.

Ma la realtà è un’altra. È inutile fare finta di essere capaci di essere superiori a tutto il resto. È inutile continuare a fingere di vivere in un mondo perfetto.

Perché oggi, sotto i ponti e per le vie di Ventimiglia, una folla sempre diversa ma sempre uguale muove la polvere delle strade, calpesta per dormire l’erba delle rotonde, sporca le acque contaminate dei fiumi. Una folla affamata e disperata che aspetta solo di poter chiamare un nuovo posto “casa”. Una folla sporca dell’indifferenza di quelle persone che le camminano affianco. Una folla che fa paura.

Volti diversi ma dipinti della stessa espressione si muovono adagio all’ombra degli edifici, dove le persone “normali” cercano di farsi una vita. Ombre costanti investono le mense e i cavalcavia. Piedi stanchi sfrigolano per il calore dell’asfalto e delle rotaie.

“Migranti”

Ormai viene un brivido a chiunque pronunci o senta questa parola. Poche lettere e pochi suoni per cercare di descrivere delle persone. Troppe poche lettere per descrivere quella montagna di esperienze, di sogni, di ricordi, di dolore, di paura, di speranza ma soprattutto di stanchezza. Forse è per questo motivo che ormai temiamo questa parola troppo piccola per essere così grande. Forse è per questo che la pronunciamo come se fosse un’accusa, un’ingiustizia.

Quando si guarda il volto di un piccolo migrante, un bambino che stanco morto si mette a piangere su di te chiedendoti solo di poter giocare con lui perché sa che dove andrà probabilmente non avrà giochi, si ha la sensazione che l’intera umanità si sia sciolta pur di poter stare dentro alle lacrime di quel bambino. Quelle persone, quel bambino, fanno parte dell’Umanità; quelle persone sono l’Umanità. Chiuderle fuori dalla propria realtà, costruire muri tra noi e loro, è come decidere di uscire dall’Umanità. Loro sono uomini, noi coloro che lo hanno dimenticato.

 

Anna Mastrantuono – Liceo G.D. Cassini Sanremo

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