video
play-rounded-outline
04:04

Riviera Time ha incontrato il dottor Roberto Ravera, che ha raccontato la sua missione in Sierra Leone, un’esperienza andata ben oltre l’ambito professionale. Quel Paese è diventato nel tempo una parte profonda della sua vita e della sua identità, attraverso un percorso fatto di impegno, relazioni umane e progetti a sostegno delle comunità più fragili.

Un legame nato anni fa e cresciuto attraverso progetti sanitari, attività con bambini e adolescenti, interventi nelle carceri e iniziative rivolte alle comunità più fragili. Un’esperienza che, spiega, lo ha messo alla prova e gli ha permesso di crescere sotto ogni punto di vista: “Mi ha fatto crescere non solo professionalmente ma anche umanamente“.

Il percorso si inserisce in una storia più ampia. La sua esperienza africana infatti era iniziata dopo l’incontro con padre Bepi Berton, che nel 2002 lo aveva invitato a lavorare nel centro di St. Michael a Lakka, nel periodo successivo alla guerra civile. Da allora Ravera ha continuato a tornare nel Paese, sviluppando progetti rivolti soprattutto alla salute mentale e alla riabilitazione di bambini e ragazzi.

“La ricchezza più importante l’ho avuta io”

Oggi, guardando al percorso compiuto, Ravera racconta di sentirsi profondamente cambiato da quell’esperienza. E, soprattutto, rovescia la prospettiva più immediata dell’aiuto umanitario: non è soltanto chi parte a portare qualcosa a chi resta, perché anche chi arriva dall’Europa torna a casa con un patrimonio umano difficile da quantificare. “Io ormai sento la Sierra Leone come una specie di patria dell’anima. Abbiamo fatto tante cose”, spiega, ricordando la costruzione di un nuovo grande centro clinico, destinato a diventare, nelle sue parole, “un fiore all’occhiello per quel Paese”.

Ma l’attività non si limita alla sanità: “Lavoriamo nelle carceri, abbiamo un centro per i bambini, uno per gli adolescenti“, racconta. A questi interventi si aggiungono una scuola secondaria con 300 studenti e ambulatori medici in Islam.

Il rapporto con la Sierra Leone, quindi, non è stato un semplice percorso di volontariato o di cooperazione sanitaria. È diventato anche un’esperienza capace di modificare il modo di guardare al proprio lavoro e alle relazioni con gli altri. “Ci sono delle cose che ho portato giù, ma ci sono anche delle cose che ho portato qui da laggiù”, racconta Ravera, spiegando come quell’esperienza sia diventata parte del patrimonio umano e professionale che ha poi continuato a mettere a disposizione nel suo lavoro.

Un’esperienza che ha coinvolto sempre più persone

Nel corso degli anni, l’impegno di Ravera ha coinvolto anche colleghi, volontari e semplici cittadini, trasformando l’esperienza individuale in un percorso condiviso. Un elemento importante, perché il lavoro portato avanti nel Paese non è affidato esclusivamente a persone provenienti dall’estero. “Abbiamo 35 dipendenti, tutti locali, tutto in mano a loro“, precisa Ravera.

Un impegno che non è privo di difficoltà e rischi. La Sierra Leone, come altri Paesi nei quali operano i cooperanti, può esporre chi lavora sul campo a situazioni estremamente delicate. Ravera lo riconosce senza nascondere la complessità delle esperienze vissute: “C’è sempre un fattore di rischio“. Nel suo percorso ci sono stati anche momenti particolarmente difficili: “Due, tre anni fa siamo rimasti coinvolti in un colpo di Stato. Abbiamo vissuto l’esperienza di Ebola, alluvioni“, ricorda.

Ma anche qui Ravera invita a guardare oltre la difficoltà immediata: “Traendone le somme, ci si ricorda di essere stati arricchiti da queste esperienze“. E a vivere questa trasformazione non sono soltanto medici e operatori sanitari. Nel corso degli anni, racconta, sono arrivati in Sierra Leone anche imprenditori e persone impegnate in professioni non sanitarie.

Africa: una riflessione sul nostro modo di vivere

L’ultimo tema trattato da Ravera riguarda la situazione attuale: i cambiamenti climatici, le emergenze ambientali e il rapporto dell’uomo con il pianeta. Per lui, l’esperienza maturata in Sierra Leone porta inevitabilmente a interrogarsi anche sul modo in cui viviamo: “Dobbiamo in qualche modo interrogarci sul nostro modo di stare in questo mondo. L’essere un po’ predatori non è sempre compatibile con gli equilibri che ci sono nelle realtà naturali del mondo stesso. Dobbiamo sviluppare ognuno di noi un senso del limite“, afferma, estendendo il concetto non soltanto al rapporto con la natura, ma anche alla società, al consumismo e alla vita quotidiana.

Nel video servizio a inizio articolo l’intervista completa al dott. Ravera. Riprese a cura di Anthony D’Aguì. Montaggio di Lorenzo Spadola.