Dopo 42 anni di lavoro nell’azienda sanitaria e 20 alla guida della Struttura complessa di Psicologia, il dottor Roberto Ravera si prepara a lasciare il suo ufficio e il servizio sanitario pubblico. Una lunga carriera iniziata negli anni Ottanta e attraversata da alcuni dei principali cambiamenti sociali e sanitari che hanno interessato il territorio imperiese.
“È normale che nella vita di un professionista ci sia il momento in cui c’è un cambio di passo”, racconta Ravera. “Dopo 42 anni di lavoro in questa azienda e 20 anni in cui ho avuto la responsabilità della Struttura complessa di Psicologia è venuto il momento di lasciare. Mi sento comunque orgoglioso di avere lavorato in questa azienda perché, per quanto posso avere dato qualcosa, ho anche ricevuto molto in termini di conoscenze e di esperienze”.
Il suo percorso professionale ha attraversato oltre quattro decenni di storia sanitaria e sociale del territorio, con tutte le sue fasi, anche più oscure. Ravera ricorda ad esempio gli anni della comparsa dell’AIDS e quelli in cui la diffusione dell’eroina aveva raggiunto livelli particolarmente preoccupanti, lasciando conseguenze che sarebbero rimaste nel tempo.
“Credo di essere stato testimone di tutto quello che è successo in questi 40 anni. All’epoca lavoravo in Malattie infettive e seguivo le tossicodipendenze: abbiamo visto arrivare i primi casi di AIDS, negli anni Ottanta, e poi tutta l’epidemia dell’eroina, che aveva creato non pochi problemi anche nella nostra città. Ricordiamo la prima vittima di overdose e il primo caso di una raffineria di eroina scoperta a Bussana, proprio in quegli anni”, prosegue. “L’eroina aveva in qualche modo devastato un’intera generazione, lasciando segni importanti anche nella vita di molte famiglie”.
Tra le tappe professionali che Ravera ricorda con particolare orgoglio c’è anche la nascita del Sert, nei primi anni Novanta, uno dei primi servizi dedicati esclusivamente al problema delle dipendenze.
“In quegli anni cominciava un lento calo dell’eroina, ma iniziavano a emergere anche nuove sostanze”, spiega. “Avevamo sviluppato una maggiore sensibilità rispetto al tema dell’alcolismo, della cocaina e anche del lavoro in carcere con le persone che avevano problemi di dipendenza. C’era bisogno di un servizio dedicato”.
Nel corso della sua attività professionale, un altro elemento ha caratterizzato il rapporto del medico e psicologo con le persone che si sono rivolte ai suoi servizi: l’attenzione al rapporto umano e alla gentilezza. Una sensibilità che, come afferma Ravera, affonda le proprie radici anche in un’esperienza vissuta da bambino, durante una visita medica della madre.
“Non vorrei che questo passasse come un messaggio retorico”, sottolinea. “Chi mi conosce sa benissimo che non faccio discorsi per fare della teoria. Credo che tutti sappiano che, quando hanno bussato a questa porta, non ho mai lasciato fuori nessuno. La mia esperienza con mia madre avrebbe potuto farmi vivere il contrario, pensare: adesso tratto io gli altri così. Invece forse mi sono messo nei panni degli altri proprio perché l’ho vissuto anch’io e ho pensato che la cosa migliore fosse cercare di far sentire meglio le persone”.
“Io credo che sia importante far crescere il senso della gentilezza”, continua. “È un concetto di cui si parla, ma è fondamentale per evitare i rischi di quella aggressività latente che rende difficile la vita quotidiana. Parlo con tanti colleghi che lavorano in ospedale e nei servizi del territorio e oggi è diventato sempre più difficile lavorare con le persone: ci sono atteggiamenti che a volte vanno oltre e spiazzano gli operatori. Bisognerebbe pacificarci e riportare un senso di gentilezza nella vita”.
Il pensionamento dall’Asl non rappresenterà comunque un momento di inattività. Infatti, il medico e docente, presidente di FHM Italia Onlus, è già atteso per un convegno a Oxford dedicato al trauma, insieme alla figlia, prima della partenza verso la Sierra Leone, dove da anni porta avanti attività e progetti di solidarietà.
“Oltre alla ricerca”, dice Ravera, “continuerò a lavorare attraverso l’associazione FHM Italia e la Fondazione Ravera, cercando di aiutare il futuro anche attraverso realtà locali e i progetti che portiamo avanti in Africa”.
Ravera, inoltre, insegna Etnopsicologia clinica all’Università IUS di Torino ed è visiting professor alla University of Assam, in India.
Nel salutare l’azienda sanitaria, il suo pensiero va soprattutto alle persone incontrate nel corso della carriera. “Vorrei ringraziare tutti i colleghi. In questi anni ho conosciuto tanti medici, infermieri, operatori sanitari e psicologi. Ho conosciuto tanta gente bellissima e vorrei poterli salutare, ma soprattutto ringraziarli, perché ognuno di loro mi ha dato qualcosa”, commenta.
“Spero di avere dato qualcosa anch’io, ma soprattutto sono testimone di che cosa vuol dire esercitare una professione sanitaria nella società di oggi”, conclude. “C’è gente straordinaria, gente che mette veramente il cuore oltre l’ostacolo. Se potessi mandare un messaggio a chi ci amministra e a chi ci amministrerà, direi: rispettiamo la sanità. La nostra sanità italiana è straordinaria, è una ricchezza del nostro Paese e va non solo salvaguardata, ma anche arricchita, soprattutto pensando al personale che ci lavora e che ogni giorno dà una grande testimonianza di amore per l’altro”.
Nel video servizio a inizio articolo l’intervista completa a Roberto Ravera. Riprese e montaggio a cura di Anthony D’Aguì.







