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Due ore al mese obbligatorie dedicate all’ascolto psicologico, alle emozioni e alla gestione dei conflitti possono essere un primo passo. Questa è stata la proposta di legge della Lega presentata a fine settembre 2026. Da sole però, non possono affrontare il disagio che attraversa una parte del mondo giovanile. È la posizione di Roberto Ravera, psicologo specializzato nell’età evolutiva, intervenuto sul tema della proposta di rafforzare il supporto psicologico negli istituti scolastici.

“Rappresenta un segnale importante, perché riconosce che la salute psicologica deve entrare stabilmente nella vita scolastica”, spiega Ravera. Spazi dedicati alla rabbia, ai conflitti e alle emozioni possono contribuire a sciogliere situazioni che, se ignorate, rischiano di crescere fino a trasformarsi in forme di isolamento, stigmatizzazione o bullismo.

Lo psicologo, tuttavia, mette un limite chiaro: “Non credo che due ore al mese siano sufficienti. Il disagio andrebbe affrontato in maniera molto più ampia”. La scuola, secondo Ravera, avrebbe bisogno di una “presenza psicologica continuativa“, integrata nella comunità scolastica e non limitata al singolo intervento sullo studente.

Famiglie e insegnanti al centro della prevenzione

Per Ravera, lavorare esclusivamente con i ragazzi non basta. “Devono essere coinvolti gli insegnanti e le famiglie“, afferma. Il punto è costruire una responsabilità collettiva, capace di accompagnare gli adolescenti prima che le fragilità si trasformino in disagio più profondo.

In una società che lo psicologo descrive come sempre più individualista, parole come altruismo, empatia e gentilezza rischiano di restare slogan se non vengono coltivate nella quotidianità. “Né la psicologia né la psichiatria, da sole, possono fare tutto”, osserva Ravera. “Serve una visione sociale più ampia”.

Il lavoro educativo, aggiunge, non dovrebbe iniziare soltanto alle superiori. “Bisogna partire già dall’asilo e dalle elementari“, spiega, indicando nella scuola i luoghi nei quali costruire il senso dell’aiuto, del servizio e della solidarietà.

Adolescenza e “spazi oscuri”

Nel ragionamento di Ravera c’è anche l’invito a non scaricare ogni responsabilità sulle famiglie. Comprendere fino in fondo un adolescente, sottolinea, è un compito complesso: tra i 14 e i 15 anni emergono pulsioni, desideri e bisogni di autonomia che non sempre riescono a trovare una cornice razionale.

“Molti genitori, dopo esperienze difficili, dicono: ‘Non sapevo chi fosse mio figlio'”, racconta. Non si tratta necessariamente di disinteresse: spesso madri e padri sono soli, con meno reti educative e sociali rispetto al passato.

In questo quadro, Ravera richiama l’attenzione anche sui social media, definiti “spazi oscuri” nei quali gli adulti faticano a entrare. Il tema, però, non può ridursi a risposte immediate o a slogan. “Abbiamo bisogno di una riflessione ampia, onesta e sincera”, conclude.

Nel video servizio a inizio articolo l’intervista completa a Ravera.