Cresce la preoccupazione in provincia di Imperia per le manifestazioni e i possibili disordini annunciati sui social nei prossimi giorni. Le segnalazioni, al momento non verificate, sono monitorate dalle forze dell’ordine e dalla Digos, impegnate a verificarne l’attendibilità e a valutare eventuali rischi per l’ordine pubblico. A destare timori sono soprattutto le possibili conseguenze per la sicurezza e le attività commerciali. Famiglie ed esercenti temono disordini, danneggiamenti e possibili ripercussioni sul territorio, anche alla luce degli episodi registrati in altre città italiane e nella vicina Nizza.
A Imperia, intanto, un gruppo di studenti ha annunciato un presidio contro il caro vita e l’aumento dei costi dell’istruzione per lunedì 26 ottobre, alle 7.30, davanti alla succursale del liceo artistico.
Le proteste sfociate recentemente in episodi di violenza in diverse città del Nord Italia, con il coinvolgimento soprattutto di giovani e, in alcuni casi, di minorenni, riportano l’attenzione sul disagio giovanile e sulle dinamiche che possono trasformare una manifestazione in un’azione collettiva distruttiva.
Per approfondire il fenomeno, Riviera Time ha raccolto il punto di vista di Roberto Ravera, psicologo specializzato nell’età evolutiva. “Dobbiamo forse abbandonare l’idea che un comportamento collettivo dei giovani e dei giovanissimi abbia necessariamente bisogno di un capo o di una struttura politica”, spiega.
Secondo Ravera, possono formarsi aggregazioni temporanee, tenute insieme non tanto da un’ideologia precisa quanto da sentimenti condivisi: “Rabbia, estraneità e opposizione“. In queste situazioni, la violenza può propagarsi attraverso l’imitazione reciproca, la pressione dei coetanei e quello che lo psicologo definisce contagio emotivo.
“Il singolo può compiere azioni in gruppo che da solo probabilmente non avrebbe mai compiuto”, osserva Ravera. Un adolescente che, al di fuori del gruppo, può apparire timido o spaesato, immerso nell’euforia del momento può sentirsi spinto a superare limiti che individualmente non avrebbe oltrepassato.
Il ruolo dei social network nell’ottenere visibilità e riconoscimento
Un ruolo decisivo, nell’analisi dello psicologo, lo giocano i social network. Telefoni accesi, video condivisi e immagini rilanciate in tempo reale possono amplificare il fenomeno e favorire l’emulazione.
“Le azioni più estreme diventano immediatamente visibili”, spiega. “Il gesto viene filmato, condiviso e utilizzato per ottenere riconoscimento all’interno del gruppo”. La violenza rischia così di diventare una forma di rappresentazione: un modo per mostrarsi, per esistere agli occhi degli altri e conquistare una posizione nella comunità digitale e reale.
Questo non esclude che, in alcuni casi, adulti o gruppi organizzati possano tentare di strumentalizzare il disagio dei più giovani. Tuttavia Ravera invita alla prudenza: “Starei molto attento a pensare che ci sia sempre un reclutamento specifico”. A 13, 14 o 15 anni, aggiunge lo psicologo, l’attrazione verso situazioni estreme può nascere dalla necessità di dare un nome alla propria rabbia, alla costrizione percepita o a una fragile identità.
“La violenza non è figlia soltanto della povertà”
Ridurre tutto alle condizioni economiche sarebbe, per Ravera, un errore. Le difficoltà materiali e l’emarginazione sociale possono aumentare l’esposizione a fattori di rischio, ma non determinano automaticamente comportamenti violenti.
“La grande maggioranza dei ragazzi che vive in famiglie con problemi economici non assume condotte violente”, sottolinea. Allo stesso tempo, episodi di questo tipo possono coinvolgere anche adolescenti provenienti da famiglie benestanti: il disagio giovanile non coincide necessariamente con la povertà materiale.
Esiste, semmai, anche una povertà relazionale: la solitudine, la mancanza di ascolto, il bisogno di riconoscimento, le fragilità familiari, il fallimento scolastico e l’assenza di prospettive. “Il gruppo offre identità, protezione e riconoscimento”, afferma Ravera. “La violenza può diventare un linguaggio attraverso il quale il ragazzo tenta di rendersi visibile, di dire: ‘Io ci sono'”.
Un’età fragile
L’adolescenza resta un passaggio delicato, nel quale la capacità di distinguere il bene dal male è già presente, ma la capacità di tradurre quei principi in comportamenti coerenti è ancora in costruzione. Sotto la pressione degli eventi, dei pari e dell’euforia, un ragazzo può non percepire fino in fondo la gravità delle proprie azioni, evidenzia Ravera.
“Molti, dopo aver compiuto fatti discutibili, dicono: ‘Non credevo fosse una cosa così grave'”, conclude lo psicologo.
Nel video servizio a inizio articolo l’intervista completa a Ravera.
















