La rivincita dei sogni

Quando lo sport diventa leggenda

Era il 1936, olimpiadi di Berlino. La Germania nazista si preparava ad inaugurare le olimpiadi più maestose e colossali che la storia ricordi.

Hitler, per sfruttare al massimo l’incredibile spinta propagandistica che gli avrebbe assicurato l’enorme portata di quel progetto, non badò certo a spese. Voleva stupire il mondo: strutture all’avanguardia, impianti monumentali e la possibilità (per la prima volta) di poter seguire le olimpiadi in televisione, garantirono un’incredibile successo. Ma quelle olimpiadi vanno ricordate per un altro motivo.

Era il 1936, quando il 23enne Jessie Owens entrò prepotentemente nella storia dell’atletica leggera. Il campione statunitense riuscì a conquistare ben quattro ori olimpici (100 metri, salto in lungo, 200 metri e staffetta 4×100), dimostrando uno strapotere fisico inarrivabile per qualunque avversario e un talento unico. Ma ciò che fece storia fu un piccolo grande dettaglio: Jessie Owens era un ragazzo di colore. Oggi sarebbe una caratteristica indifferente, ma di certo non nella Germania di quegli anni… non difronte all’abominio di un razzismo smisurato.

Jessie dimostrò al mondo intero, in casa dei nazisti, che non esistono razze superiori, che non esistono differenze, che non devono esistere barriere, ma che esistono uomini come lui che da soli possono combattere contro un intero sistema, e che da soli possono anche vincere. Jessie non vinse solo quattro medaglie d’oro, Jessie fece trionfare lo sport, quello vero, che non conosce differenze né ostacoli, ma solo forza d’animo e determinazione.

Quello sport capace di combattere contro i pregiudizi e le ingiustizie, quello sport che ci fa ancora sognare e che ci fa credere in qualcosa. E lo sport ha bisogno di storie come quella di Jessie, capaci di diventare leggendarie. Certo non è cosa da tutti i giorni trovare leggende sportive di questa dimensione, che ci regalino emozioni rare.

Siamo ormai abituati agli sport schiavizzati dalla “dittatura del denaro”, che ne ha sterminato la maggior parte degli aspetti più poetici e romantici, calpestando tutti i sani principi che dovrebbero renderlo libero e genuino. Per fortuna, però, la storia è ricca di pagine sportive indimenticabili e soprattutto inimmaginabili, che ci fanno sognare. Storie in cui Davide batte Golia; storie in cui un solo uomo annienta un sistema corrotto e inadeguato; storie in cui la lealtà manda al tappeto l’ipocrisia; storie in cui la determinazione surclassa la presunzione; storie in cui lo sport trionfa su tutto.

Scegliere qualche esempio da citare non è affatto semplice, tutti meriterebbero attenzione; però non si può non cedere al fascino che avvolge la meravigliosa vicenda di Abebe Bikila, atleta etiope che nel 1960 stravinse la maratona alle olimpiadi di Roma… a piedi nudi. Si, perché a causa dell’enorme povertà in cui aveva sempre vissuto, non aveva mai indossato delle scarpe da corsa e non era abituato a portarle. Scelse allora di correre scalzo e non solo vinse, ma stabilì addirittura il record del mondo.

Fu il primo atleta africano a vincere un’oro olimpico e divenne il simbolo dell’Africa che si liberava dal colonialismo europeo. Dominò, poi, anche la maratona alle olimpiadi di Tokyo, superando il suo precedente record mondiale. La sua straordinaria avventura però non termina qui, perché il destino gli fu avverso: Abebe infatti rimase vittima di un grave incidente stradale che lo paralizzò alle gambe; disperazione… sconforto… rabbia… ma mai rassegnazione.

Quel ragazzo dentro aveva l’anima e la forza di un vero eroe, e decise che nulla gli avrebbe fatto abbandonare lo sport. Così, con tanto impegno e un’incredibile forza di volontà, riuscì a prendere parte alle paralimpiadi di Heidelberg, specializzandosi nel tiro con l’arco e nel ping pong. Una storia entusiasmante, da pelle d’oca; una pagina indelebile di storia; un esempio di vita per tutti.

Questo è vero sport. Quello che regala emozioni uniche e grandi stimoli; quello che ci insegna a non mollare mai difronte a niente e nessuno; quello che ci insegna che nulla è impossibile. Lo sport è sacrificio, costanza, dedizione, intensità… ma è anche amicizia, condivisione, passione, coraggio, amore.

Allora perché non gli viene ancora data la giusta importanza? Perché non si incentiva adeguatamente il suo sviluppo? Perché viene sottovalutato?

Con questo non intendo dire che non si faccia abbastanza sport, perché comunque fortunatamente la maggior parte dei ragazzini lo praticano, ma la mia è più una critica alla mentalità con cui in Italia ci approcciamo alle discipline sportive. Per esempio nelle scuole viene riposta scarsissima fiducia e importanza a questo tipo di attività; non vengono poste in risalto come meriterebbero e quindi non si riesce mai a stimolare la voglia degli studenti di mettersi in gioco. Una maggiore considerazione avrebbe sicuramente ottimi riscontri positivi, come un forte senso di appartenenza alla propria scuola.

Sarebbe poi una buona valvola di sfogo, necessaria; un modo per condividere insieme una passione, per divertirsi; un modo per vivere la scuola anche da un punto di vista più leggero e meno oppressivo; un modo per sentirsi parte di una comunità unita, e per allenare uno spirito di sana competizione utile anche nella vita. La scuola in Italia ha bisogno di cambiamenti per scrollarsi di dosso le sgradevoli polveri di un sistema arretrato, farraginoso e imballato. Un cambio di mentalità sarebbe sicuramente un grande passo avanti, e lo sport merita un ruolo di spicco in questo percorso. Non si può più restare a guardare passivamente, bisogna agire.

 

Christian Cavagna – Liceo Statale Aprosio Ventimiglia

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