Una scenografia scarna, ma al tempo stesso immersiva e dettagliata. Sullo schermo compaiono foto, immagini, qualche video d’epoca e scritte bianche in campo nero che scandiscono, a mo’ di capitoli, l’ora e 15 minuti circa in cui Massimo Popolizio ipnotizza il Teatro del Casinò di Sanremo, dando voce a uno dei testi più intensi della produzione letteraria di John Steinbeck: “Furore”, opera che unisce cronaca, politica e narrazione in uno dei più potenti testi di denuncia sociale del Novecento e che gli avrebbe portato in dote, più di vent’anni dopo, il Nobel per la Letteratura.
L’opera nasce nell’estate del 1936, quando Steinbeck documenta le condizioni dei braccianti costretti a migrare dal cuore spaccato degli Stati Uniti verso la California, spunto per le vicende della famiglia Joad, dalla penna dello scrittore statunitense.
La messa in scena del testo steinbeckiano sul palco, adattato da Emanuele Trevi, immerge gli spettatori nel paesaggio via via desolante, arido, rovente, marcio e umido che la famiglia di emigranti attraversa in un lungo viaggio della speranza, circondata dalla miseria soffocante della Grande Depressione, ma anche dall’umanità e dalla dignità che affiora lungo la storia.
Una profondità paesaggistica e umana affidata interamente alle percussioni di Giovanni Lo Cascio e alla passionale voce narrante di Popolizio, che mette in scena tutta l’espressività e la versatilità vocale che lo ha reso celebre negli anni (anche in sede di doppiaggio).
Una performance minimale e al tempo stesso stracolma che si conclude con un lungo e meritato applauso finale.







