Si erge imponente, sulla cima di un promontorio, tra gli ulivi, appena fuori dalle mura taggiasche, il convento di San Domenico, luogo che fino a dodici anni fa aveva ospitato generazioni e generazioni di monaci domenicani.

Voluto nel XV secolo dal milanese beato Cristoforo (il cui viso viene sovente applicato, negli affreschi, alla figura di san Domenico), il convento fu finanziato da Bianca Maria Sforza, e sarebbe stato destinato a ospitare illustri opere d’arte, in particolare all’interno della chiesa, dove tra le cinque tele del nizzardo Brea e dorati polittici di Canavesio, si può ammirare persino un Parmigianino rappresentante i Re magi recanti doni a Gesù Bambino.

Oltre al verdissimo chiostro centrale, dominato da un plurisecolare e mastodontico ulivo spagnolo e abbellito da diversi affreschi e da una grande meridiana, luogo d’interesse è il refettorio nel quale i frati consumavano il loro silente pasto. In questo, difatti, possiamo ammirare il simbolo dell’Ordine: un cane recante tra le fauci una torcia.

“Il nome domenicani, oltre a derivare dal nome Domenico, può essere scomposto come Domini canis e quindi ‘cani [da guardia] del Signore’. La leggenda vuole che la madre di Domenico, mentre aspettava di partorire quest’ultimo, avesse sognato il suddetto cane correrle incontro; impaurita, si era rivolta al proprio padre confessore, il quale l’aveva però rassicurata, annunciandole che il figlio, al pari di quanto successo nel sogno, sarebbe venuto al mondo per portare la luce.” racconta la guida turistica taggiasca Raffaella Asdente.