alzheimer

La malattia di Alzheimer è la demenza degenerativa più comune al mondo affliggendo più di 44 milioni di individui. Quali siano le cause precise di questa insidiosa malattia che colpisce il cervello sono ancora poco conosciute, ma i sintomi più comuni spaziano tra problemi lievi come avere difficoltà nel ricordarsi eventi recenti, fino a problemi di linguaggio, disorientamento e problemi comportamentali.

Dal punto di vista fisio-patologico, col progredire della malattia si riscontrano la formazione di placche amiloidi (aggregati di proteine beta-amiloide che si depositano all’esterno di neuroni) e ammassi neurofibrillari (aggregati di proteine chiamate tau che si depositano invece all’interno dei neuroni) in quelle zone del cervello critiche per la memoria e per il funzionamento cognitivo.

Con l’avanzamento dell’aspettativa di vita medio, l’incidenza di questa malattia degenerativa non può fare altro che aumentare. La comunità scientifica da anni sta cercando di fare il possibile per non solo meglio capire le cause all’origine della malattia, ma al contempo anche possibili cure. Purtroppo, i recenti studi clinici focalizzati sull’uso di vaccini o farmaci che cercano di contrastare la presenza di placche amiloidi, anche se promettenti, si sono rivelati inefficaci nel combattere questa malattia. Non tutto è perduto però perché la ricerca medica non si ferma mai: due studi con due approcci radicalmente differenti pubblicati questo mese, offrono nuove speranze per il prossimo futuro.

Il primo studio, pubblicato su Nature da un gruppo dell’università di Alberta (Canada), punta l’attenzione su due nuovi piccoli peptidi (proteine molto corte formate da poche decine di aminoacidi) che vanno ad interagire con uno dei target più promettenti per la cura dell’Alzheimer: i recettori dell’amilina. I ricercatori canadesi hanno dimostrato come questi peptidi riescano a migliorare la memoria spaziale (memoria relativa a spazi fisici, come ad esempio il ritrovare la strada di casa), riducano la quantità di placche amiloidi e l’infiammazione ad esse correlata. Anche se lo studio è stato effettuato solo su modelli animali (in un particolare tipo di topo che presenta caratteristiche fisio-patologiche simili a quelle dei pazienti umani), questi dati sono estremamente promettenti e spronano la comunità scientifica ad investigare ulteriormente questa nuova via terapeutica fin ora sconosciuta.

Il secondo studio invece, prende un approccio completamente diverso. Invece che cercare di fermare il progredire della malattia, o ancor meglio farla regredire, utilizzando farmaci in questo studio è sono state utilizzate onde elettromagnetiche applicate direttamente sul cranio del paziente. Questo studio pre-clinico (studio fatto su molto limitato numero pazienti nel quale vengono tutti sottoposti alla terapia, fatto per valutare se intraprendere un successivo e molto dispendioso studio clinico vero e proprio) è stato fatto su otto pazienti di età superiore ai 62 anni che presentano sintomi medio-lievi della malattia. Lo studio, portato avanti da un azienda biomedicale basata a Phoenix (USA) chiamata NeuroEM Therapeutics, si basa sull’utilizzo di una cuffia contenente elettromagneti che emette onde elettromagnetiche su varie regioni del cranio. Queste onde causano il disgregamento sia delle placche amilodi che degli ammassi neurofibrillari portando un miglioramento netto sia nella memoria che in altri processi cognitivi dei pazienti. La bellezza di questo tipo di approccio consiste nella sua portabilità e facilità di amministrazione. Il dispositivo, chiamato MemorEM, infatti è stato sviluppato per un facile trattamento a domicilio, dove il paziente indosserà la cuffia ed una batteria ad esso collegata da posizionare sul braccio per un ora due volte al giorno. In soli due mesi di trattamento i miglioramenti riportati dai pazienti sono stati notevoli ed estremamente positivi così come i risultati di analisi del sangue, fluidi cerebrospinali e risonanze magnetiche funzionali.

Ovviamente otto pazienti non sono sufficienti per valutare la vera efficacia e sicurezza di questo dispositivo, ma visti i risultati estremamente positivi la NeuroEM Therapeutics sta già sviluppando un vero e proprio studio clinico e conta di riuscire a mettere in commercio il dispositivo per la fine del 2021-inizi 2022.

Ho intervistato il gentilissimo Dott. Alessandro Leonardi, coordinatore dei CDCD (Centro Disturbi Cognitivi e Demenze) della provincia di Imperia,  riguardo lo stato attuale delle cure per Alzheimer ad Imperia e il loro futuro.

Quanti pazienti ci sono nell’ASL 1 affetti da demenze?

“Possiamo fare delle stime epidemiologiche indirette. Secondo i dati dell’Osservatorio Demenze dell’ISS (Istituto Superiore di Sanità), in Italia un milione di persone circa è affetto da demenza e 600 mila di queste sono colpite da Alzheimer (la forma più comune di demenza degenerativa, specie nell’anziano, spesso associata a forme di deterioramento cognitivo plurifattoriale, la cosiddetta demenza mista).  Le persone direttamente o indirettamente coinvolte nel doloroso problema della demenza (assistenza dei loro cari, talora assistenza di amici o vicini, anche se non parenti) sono pertanto nel nostro paese di certo oltre 3 milioni. La Liguria è la regione più anziana di Italia, e quindi è il territorio più anziano al mondo, se consideriamo il cosiddetto “indice di vecchiaia”. Si stimano in Liguria 17.000 persone con demenza prese in carico dal Sistema Sanitario Regionale Ligure, ma come dicevo il numero reale di pazienti è certamente maggiore.”

Quante di queste demenze sono attribuite all’Alzheimer?

“Come dicevo, circa il 60 % del totale dei casi, ma il problema è non banale sul piano diagnostico, perché anche le demenze vascolari e quelle cosiddette “miste” assomigliano, da molti punti di vista, alla malattia di Alzheimer.”

Sono più colpite le donne?

“Anche in questo caso dati definitivi non se ne hanno, ma certamente le donne sono più colpite, secondo alcuni studi forse addirittura il doppio degli uomini (forse per questioni ormonali, forse per una maggiore predisposizione alla depressione, forse per questioni genetiche: probabilmente per tutti questi fattori insieme). Se poi considera che le donne sono più spesso degli uomini “accuditrici” (o come diciamo noi in linguaggio tecnico, “caregivers”) di pazienti con l’Alzheimer rispetto agli uomini, risulta chiaro che il genere femminile è sicuramente “in prima linea” nel problema della demenza.”

Qual è la fascia di età dei pazienti?

“Più si invecchia, e più è probabile sviluppare una demenza. Ma attenzione: anche prima dei 60 anni possiamo venire colpiti da questa malattia! E questo specie se non controlliamo bene le malattie croniche (come il diabete o le patologie vascolari) o se perseguiamo stili di vita sbagliati (come bere troppi alcolici, fumare, fare una vita sedentaria e isolata, anche sul piano culturale, non andare mai dal medico per un controllo generale, non curare la sordità, l’insonnia, la depressione).  Va peraltro segnalato che, a differenza delle demenze ad esordio tardivo, nelle demenze cosiddette giovanili (rare, ma importanti) è significativa la componente genetica.”

Sono stati aperti i nuovi centri CDCD (Centro Disturbi Cognitivi e Demenze) in Liguria di cui uno anche in ASL1 (sede principale Imperia, sedi ulteriori a Sanremo e Ventimiglia). Come stanno andando?

“Considerando la nota e generalizzata contrazione di risorse, bene, in generale, e direi proprio molto bene in particolare nella nostra ASL. Abbiamo aperto nuovi ambulatori, assunto una psicologa clinica e una neuropsicologa, abbiamo due assistenti sociali e due infermiere dedicate, e tanti progetti anche con le associazioni e la società civile, che si concretizzeranno nei prossimi mesi.

A dire il vero io sono stato molto aiutato dalla nostra direzione sanitaria, specie dal nostro direttore socio sanitario, dott Roberto Predonzani, e a nostra volta noi in ASL1 siamo stati molto supportati fin dall’inizio di questo progetto CDCD da ALISA e da l’assessorato alla sanità della Regione. E’ per questo che come clinico ho potuto lavorare speditamente, e credo con risultati concreti, tangibili.”

C’è stato molto interesse?

“Onestamente sì, più di quanto credessi, ma forse non dobbiamo sorprenderci troppo, considerando quanto detto sino ad ora!”

Cosa cambia ora che c’è questo centro CDCD rispetto a prima?

“Di fatto è un percorso in rapida crescita: prima c’era un ambulatorio nel quale un neurologo sostanzialmente prescriveva farmaci, ora abbiamo, e sempre più avremo in futuro, una squadra di differenti professionisti, coordinati tra loro, costruita intorno al paziente e ai suoi cari. Neurologo, geriatra, psichiatra in consulenza, infermiere dedicato, psicologa clinica, neuropsicologa, assistente sociale, lo scopo è di rispondere in modo rapido e unitario a tutte le esigenze del paziente e della famiglie.”

Vivere con demenze come l’Alzheimer è chiaramente molto difficile per il paziente, ma al contempo è altrettanto se non di più, per i famigliari e le persone che accudiscono il malato. Ci sono dei percorsi di sostegno per i famigliari con i nuovi CDCD? Qual è la proporzione delle famiglie che utilizza questo servizio?

“Verissimo. Proprio per questo la maggior parte dei nostri sforzi nell’ultimo anno si è concentrata proprio sul sostegno ai familiari. La nostra psicologa clinica, la dottoressa Daniela Pelosi, oggi si occupa esclusivamente e a tempo pieno dei familiari, sia con colloqui individuali che con gruppi, e organizza per loro periodici incontri di formazione su importanti temi inerenti alla demenza, come la gestione dei disturbi del comportamento o la messa in sicurezza dell’ambiente domestico. In meno di 10 mesi la dottoressa ha preso in carico stabilmente circa 100 nuclei familiari, un numero notevole, considerando anche la frequenza con cui si devono tenere nel mese i colloqui singoli o i gruppi per raggiungere un buon risultato clinico.”

Quali sono le principali terapie che attuate?

“Non esistono farmaci miracolosi, anzi, è pericoloso andare in cerca di strane promesse o di strane terapie, come anche recenti fatti di cronaca dimostrano. La buona strada, quella in cui anche noi crediamo, è combinare i farmaci appropriati, gestiti sempre da specialisti, con appropriati approcci non farmacologici (psicoterapia, terapia educazionale, gruppi, convegni, condivisione, ascolto etc) fornendo ai pazienti e ai loro familiari un punto di riferimento anche sociale il più continuativo possibile, per cercare di affrontare i tantissimi problemi che, progredendo, la malattia comporta.”

A mia conoscenza, ci sono 4 farmaci approvati dalla FDA -ente per il controllo dei farmaci americano (di cui 3 approvati dall’EMA-ente per il controllo dei farmaci europeo): 3 inibitori delle aceti colinesterasi (Donepezil, Rivastigmina, Galantamina) ed un modulatore del recettore per il glutammato NMDA, la Memantina.  Uno di questi farmaci è di prassi in ASL1?

“No, per ciascun paziente il percorso farmacologico si costruisce ad hoc, in base alle caratteristiche della sua demenza, in base ad altre eventuali malattie presenti, e in base a tante altre considerazioni cliniche. Non si fa per tutti la stessa cura.

I benefici sono quelli dimostrati dalla letteratura scientifica (ormai moltissimi lavori, in circa 20 anni, da medici di tutto il mondo). La malattia tende a rallentare, almeno nella maggior parte dei casi, e specie se questi farmaci vengono iniziati precocemente. Se ci si aspetta la guarigione, non si può che rimanere delusi da questi farmaci. Ma se il medico chiarisce bene a cosa tende la terapia (e l’offerta farmacologica a Imperia è identica come in ogni altro luogo al mondo), possiamo dire sicuramente che chi è curato in media va meglio di chi non è curato o è curato in modo meno specialistico.”

Siccome i primi sintomi dell’Alzheimer si rivelano dopo 15-20 anni dagli inizi del decadimento biologico, cioè della sofferenza e poi della morte dei neuroni implicati nella memoria, in ospedale vengono effettuati test sui biomarkers per una diagnosi precoce?

“Se i sintomi di possibile demenza sono iniziali e dubbi, talora, tramite la puntura lombare, analizziamo la presenza di biomarkers di degenerazione del cervello (frammenti di beta amiloide) nel liquor nel paziente. Purtroppo invece non è possibile fare la stessa cosa su sangue, almeno per il momento, evitando la puntura lombare al paziente. Ma questo sempre e solo se già c’è la malattia, seppure in una fase ancora iniziale. Per chi non ha alcun sintomo, ma solo un rischio di malattia, per esempio per la sua storia familiare, invece a Imperia, come nel resto del mondo, i neurologi raccomandano di mantenere in buona salute il corpo e la mente, di ridurre il rischio vascolare, di mangiare meglio e meno e così via…di certo allo stato attuale non è raccomandabile fare una puntura lombare né cercare altri markers! Deve essere chiaro che, al momento, non esistono farmaci in grado di arrestare l’evoluzione della malattia anche se fosse possibile diagnosticarla ad uno stadio sub-clinico; lavorare sulla prevenzione in termini scientificamente solidi non è invece un messaggio generico, ma richiede uno sforzo di formazione e informazione a tutti i livelli.

Come lo vede il futuro alla lotta contro l’Alzheimer in Italia?

“Il recente fallimento della proposta terapeutica con anticorpi monoclonali ha creato un ingiustificato pessimismo in ambito scientifico: piuttosto, è un’occasione di rivedere paradigmi e linee di ricerca. Lo sforzo in termini di risorse umane e finanziarie è importante. Ma questo non basta. L’ esempio dei CDCD in Liguria insegna che bisogna anche investire oltre i farmaci, nel sostegno alle famiglie, nella creazione di reti di integrazione con la società, nell’informazione.E’ veramente un ambito gigantesco, una sfida impegnativa per chi come me è stato chiamato a coordinare un CDCD! Se verranno utilizzate risorse adeguate, i risultati, sono certo, si vedranno.”

Era a conoscenza di questo apparecchio chiamato Neuro-EM o dell’uso di onde elettromagnetiche come possibile terapia per l’Alzheimer?

“Si, sono sempre interessato alla possibilità di sviluppare nuovi approcci di terapia per la demenza degenerativa. Tuttavia allo stato attuale i dati sulla stimolazione magnetica transcranica nell’Alzheimer sono ancora assai deboli (nel 2018 è uscito un bel articolo su una prestigiosa rivista scientifica, PLOS ONE, che fa un po’ il punto in merito). Credo che valga la pena studiare la cosa, ma saranno necessarie altre sperimentazioni cliniche rigorose, e probabilmente non vi sarà a breve la possibilità di un utilizzo di queste tecniche nella pratica clinica quotidiana. Se mancano dati scientifici solidi, infatti, bisogna fermarsi e avere pazienza. La fretta di avere cure migliori, infatti, non deve mai mettere a repentaglio la salute dei cittadini. Nel senso che o una cura è stata sufficientemente testata, o è un rischio per chi la fa.”


Benedetta Frida Baldi dopo aver conseguito la laurea in Biotecnologie Farmaceutiche all’università di Modena e Reggio Emilia ha ottenuto un PhD in Neuroscienze Computazionali dall’università di Cambridge (UK) e successivamente si è specializzata in Visualizzazione Dati all’istituto Garvan di Sydney (Australia) per la ricerca medica. Motivata dal desiderio di condividere la sua passione per la ricerca scientifica, ora tornata in Italia, ha iniziato una collaborazione con la nostra redazione.  

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