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Ai Martedì Letterari del Casinò di Sanremo è stato accolto il famoso giornalista alassino Daniele La Corte.

Noto per la sua fama da professionista ha lavorato per Il Corriere MercantileLa Gazzetta di GenovaLa Gazzetta del LunedìIl Secolo XIXIl Corriere della Serala Repubblica e La Stampa. Per due volte gli è stato assegnato il Premio Nazionale di Giornalismo “Cronista dell’Anno”. Per la sua attività professionale è stato insignito dal Governo francese dell’onorificenza di Chevalier des Arts et des Lettres. Ha ricoperto incarichi nel sindacato e nell’Ordine dei Giornalisti ed è stato per due volte commissario d’esame per l’abilitazione professionale. La sua firma è tra le piastrelle del celebre Muretto di Alassio.

Un violino che racconta la storia d’Italia

La Corte al Casinò di Sanremo venuto come ospite in veste di scrittore, ha presentato il suo ultimo libro “Violino stonato. Dal deserto africano ai manganelli in piazza” una metafora dell’Italia del Novecento, delle sue illusioni, delle sue tragedie e della difficile ricerca di una nuova armonia dopo la guerra.

Il libro prende le mosse da una vicenda reale che lo scrittore ha raccolto nel corso della sua attività giornalistica ha trovato l’ispirazione per il suo romanzo: “Questa notizia era seminascosta perché un funzionario di polizia, comandante del della Squadra Mobile di Imperia, per anni mi parlava di suo padre che era fissato con il violino e che voleva che lui diventasse un violinista fino al momento in cui ho detto basta. E continua nel raccontare che il violinista lui non l’avrebbe mai fatto”. Il sogno del ragazzo era quello di diventare un portiere della Sampdoria la squadra di calcio genovese ma invece si ritrovò a fare il poliziotto.

Otello Botti, il fascista che scopre la verità

Parlando del romanzo, il protagonista è Otello Botti, operaio dell’Ansaldo di Genova e maresciallo dell’esercito, volontario nella Campagna d’Africa. Convinto sostenitore del fascismo, viene catturato dagli inglesi e trascorre anni in un campo di prigionia.

“Ai suoi commilitoni racconta di essere un musicista, di aver suonato la tromba davanti all’Altare della Patria per Mussolini. È un fascista sfegatato”, ha detto La Corte.

I compagni di prigionia finiscono per costruirgli un rudimentale violino utilizzando una cassetta per le munizioni. Ma quel violino non è un semplice strumento musicale. È un richiamo diretto a Benito Mussolini, noto per la sua passione per il violino, che suonava fin da giovane e che spesso utilizzava come elemento della propria immagine pubblica. Nel romanzo il violino diventa il simbolo di un’Italia che ha seguito una melodia sbagliata, una musica apparentemente armoniosa che si rivela invece profondamente stonata.

L’incontro con don Bartolomeo Ferraris

Tornato a Genova, Otello continua inizialmente a credere negli ideali che lo avevano spinto a partire per la guerra. Tuttavia l’incontro con persone capaci di raccontargli ciò che è realmente accaduto durante la sua assenza cambia radicalmente la sua visione del mondo. Fra queste figure emerge don Bartolomeo Ferraris, sacerdote che nel romanzo assume il ruolo di guida morale: “Gli apre gli occhi e gli spiega che cosa è successo durante la sua assenza, cioè che cosa ha fatto la catastrofe fatta dal fascismo e da Mussolini”.

Il cuore dell’opera è proprio questo percorso di consapevolezza: “Se uno ragiona e capisce gli errori che ha fatto, si possono perdonare anche coloro che hanno sbagliato nel momento in cui credono e confessano di aver sbagliato”, ha detto La Corte.

Il figlio di Otello

La seconda parte del romanzo si concentra sul figlio di Otello. Il suo sogno giovanile era diventare portiere della Sampdoria, ma la vita lo conduce verso un’altra strada: entra nella Polizia. È qui che il racconto si sposta nell’Italia delle manifestazioni operaie e studentesche degli anni Sessanta, dove il giovane agente si trova schierato dalla parte dell’ordine pubblico. Anche lui, però, sarà costretto a confrontarsi con la propria coscienza.

Un romanzo sulla memoria e sulla responsabilità

Più che un semplice romanzo storico, è una riflessione sulla responsabilità individuale di fronte alla storia. La Corte non racconta soltanto la guerra o il fascismo. Racconta il difficile percorso attraverso cui gli uomini imparano a riconoscere i propri errori e a liberarsi dalle illusioni ideologiche.

Il violino che dà il titolo al libro resta così il simbolo più potente dell’opera: lo strumento amato da Mussolini diventa l’emblema di una nazione che per troppo tempo ha seguito una musica sbagliata, ma che può ritrovare l’armonia soltanto attraverso la memoria, la consapevolezza e il coraggio di guardare in faccia il proprio passato.

Nel video servizio a inizio articolo l’intervista completa a Daniele La Corte.