C’è un genere che negli anni ha sempre saputo ritagliarsi uno spazio sempre più ampio nel panorama culturale e mediatico, italiano ma non solo: il filone del “crime“.
L’attenzione del pubblico e le ore di tempo occupate sui palinsesti, sugli schermi, sui libri, sui giornali, ecc., occupate dal “crime” è abbondantemente superiore e persistente rispetto ad ogni altro prodotto mediatico contemporaneo, dal cinema, al calcio, passando per l’attualità.
Podcast, serie televisive, libri e spettacoli teatrali hanno, di epoca in epoca in maniera diversa, trasformato la cronaca in un racconto seguito da un pubblico trasversale e sempre più vasto.
Un interesse che, almeno in Italia, è recentemente stato portato all’attenzione con un registro molto diverso da prima: asciutto nei toni, pacato, ben lontano dal sensazionalismo e la morbosità che spesso caratterizzano questo filone, ma proprio per questo capace di catalizzare un grande seguito.
Protagonista di questo cambio di registro è Stefano Nazzi, che dal 2021 produce “Indagini“, podcast realizzato per Il Post che è diventato in breve tempo un vero e proprio fenomeno di costume, consolidando il giornalista come uno dei principali riferimenti italiani del genere.
Nazzi che nella serata di ieri ha portato sul palco del Teatro Ariston “Indagini Live”, adattamento teatrale costruito attorno alla voce, ai documenti e ai fatti che porta sul palco, in una narrazione dal vivo realizzata mantenendo la struttura che ha reso riconoscibile il prodotto giornalistico.
“È la voce che racconta una determinata storia”, spiega Nazzi, in un’intervista esclusiva che abbiamo realizzato alla vigilia della messa in scena, direttamente sul palco dell’Ariston. “In questo caso con l’ausilio di immagini, di fotografie, di video, di interventi anche esterni, però la struttura è comunque quella del podcast, cioè la narrazione di una storia”.
Il nuovo spettacolo porta sul palco una storia inedita rispetto a quelle affrontate nei precedenti tour di Nazzi. Un racconto che attraversa quasi trent’anni di storia italiana, dal 1969 al 1998, periodo durante il quale nel nostro Paese si contarono 694 sequestri di persona: 564 uomini, 130 donne e 30 bambini.
“Io parlo di un sequestro di persona avvenuto anni fa, nel 1975, che però ha avuto una coda in questi mesi, con le condanne nei confronti degli ideatori e degli organizzatori di quel rapimento”, spiega. “Parlo di una vicenda molto dolorosa, anche per il modo in cui fu trattata la persona rapita, una ragazza di 18 anni. Questo mi consente inoltre di inquadrare un’epoca, quella dei sequestri di persona in Italia negli anni ’70 e ’80, un periodo molto pesante, caratterizzato da numeri davvero impressionanti, se ripensati oggi”.
Al centro dello spettacolo resta l’impostazione narrativa che caratterizza il lavoro di Nazzi: pochi artifici, attenzione ai documenti e ricostruzione dei fatti. Un approccio che si inserisce in un contesto mediatico profondamente cambiato rispetto al passato.
“Un tempo non c’erano i social”, osserva il giornalista. “Oggi c’è come un pubblico vastissimo che però, diciamo, si lega a qualsiasi cosa venga detta. È come un cortocircuito per cui sui social girano, per esempio, su tanti casi, ipotesi fantasiose, fantascientifiche e poi c’è sempre più la tendenza a essere giudici. Quindi, i fruitori sui social, ma anche in televisione, ovunque, delle storie di cronaca, cioè di ciò che avviene, si fanno un’idea spesso granitica di come sono andate le cose e individuano colpevoli o innocenti. Questa è una cosa che è iniziata tempo fa, ma che sta continuando oramai da tempo”.
Il riferimento è a una trasformazione che negli anni ha modificato il rapporto tra pubblico e cronaca nera. Dai grandi casi mediatici degli anni ’90 fino all’attuale ecosistema dei social network, il “crime” è diventato sempre più materia di discussione pubblica continua, immediata e spesso polarizzata.
“Io sto molto lontano dall’idea di poter essere giudice, di poter avere una verità”, conclude Stefano Nazzi. “Cerco di elencare i fatti, metterli in ordine, cercare di spiegare anche come sono andate le cose, quindi spiegare l’andamento dell’indagine e poi i processi. Invece, come dicevo, molta della narrazione crime è incentrata da una parte sull’emotività, cioè sul suscitare quasi forzatamente emozioni negli spettatori, quando i fatti di cronaca le generano già da soli, semplicemente attraverso la loro narrazione. E dall’altra su questa idea di ritenersi quasi più in grado, attraverso uno schermo televisivo, di ricostruire come siano andati certi fatti, rispetto a chi indaga, cioè agli inquirenti, e poi a chi dovrà giudicare, i giudici”.
Nel video servizio a inizio articolo l’intervista completa a Stefano Nazzi.







