È uno dei simboli più riconoscibili di Imperia, ammirato da lontano per la sua posizione scenografica e per le celebri logge affacciate sul mare. Eppure il Monastero di Santa Chiara continua a custodire una dimensione meno nota, fatta di ambienti nascosti, una storia stratificata e dettagli spesso ignorati dal grande pubblico. Il complesso è composto da una chiesa e da un loggiato che la collega all’antica cinta muraria della città, di cui rimane oggi il torrione.
Grazie all’attività del FAI, il luogo è tornato al centro dell’attenzione con una visita che ha permesso di andare oltre l’immagine più conosciuta.
“È uno dei beni più famosi e acclamati della città, ma anche uno di quelli che i turisti cercano con più frenesia per la bellezza della sua architettura e soprattutto per le sue logge, che rappresentano uno dei punti panoramici più belli”, spiega Alberto Ammirati, capogruppo FAI Giovani.
La visita ha rivelato una dimensione più intima e meno accessibile del complesso. Non solo la chiesa e la loggia, ma anche ambienti normalmente esclusi dai percorsi tradizionali.
“Abbiamo scoperto particolarità uniche, luoghi che spesso non sono visitabili o vengono tralasciati perché si preferiscono mete più note, e invece sono vere e proprie chicche, autentici gioielli del nostro patrimonio”, sottolinea Ammirati.
Un lavoro di valorizzazione che rientra pienamente nella missione del Fondo Ambiente Italiano: riportare alla luce ciò che è conosciuto solo in superficie. Come sottolinea Ammirati, anche nella presentazione del progetto, il FAI “ha il compito di far scoprire e valorizzare tutti i luoghi, anche quelli meno evidenti ma ricchi di storia”.
Le sorelle clarisse
A illustrare il luogo è stata Cristina Tealdi, architetto, direttrice e progettista dei lavori di restauro, che ha definito il complesso come qualcosa di più di un semplice monumento. “È un tesoro già di per sé: un monastero così grande, cresciuto nel tempo e nella storia, che è ancora fruibile oggi. Rappresenta il cuore segreto della città, perché ha seguito tutti gli eventi di Porto Maurizio”, spiega Tealdi.
Un luogo vivo, dunque, che racconta secoli di trasformazioni, non solo architettoniche ma anche sociali e religiose. Tra gli aspetti più curiosi emersi durante la visita, c’è la particolare condizione delle monache.
“In origine non erano totalmente di clausura”, racconta Tealdi. “Solo con Papa Innocenzo III venne imposta la regola benedettina e la clausura stretta. Ma non avendo una chiesa propria, le suore erano costrette a uscire, creando non pochi problemi”.
Una situazione che portò alla costruzione della chiesa interna, segnando un passaggio fondamentale nella storia del complesso.
“Ancora tante cose da scoprire”
Se la parte visibile è già nota e apprezzata, è il “sotto” a rappresentare la vera frontiera della valorizzazione.
“Le zone sottostanti la chiesa sono bellissime e andrebbero recuperate”, evidenzia Tealdi. “Parliamo di spazi antichi, con testimonianze importanti sia nei materiali che nelle tecniche costruttive”.
Un patrimonio ancora in parte inesplorato, che potrebbe riservare nuove sorprese: “Abbiamo bisogno di attirare attenzione su questo gioiello”, conclude l’architetto. “Conosciamo la parte esterna, ma sotto ci sono ancora tante cose da scoprire”.
Nel video servizio a inizio articolo le interviste complete ad Ammirati e Tealdi.







