Nel corso dell’incontro con la stampa di oggi, Luchè ha approfondito anche il significato simbolico del brano portato al Festival, soffermandosi sull’immagine del labirinto come chiave di lettura personale e narrativa, ma non solo.
“Il labirinto è un po’ una metafora di una vita, di una relazione e del mio cervello, dal quale alcuni pensieri non riescono a uscire. Io penso che da questo labirinto si esca e si rientri varie volte nella vita. Ogni tanto fa bene restare in se stessi. Quando si esce si spera di essere migliorati.”
Il rapper ha poi spiegato le ragioni della sua presenza all’Ariston e al festival, nel quale è debuttante, rivendicando la scelta di misurarsi con un contesto tradizionalmente distante dal suo percorso.
“Perché venire al Festival?” risponde a tal proposito il rapper “Vivo bene il confronto con la critica. Sfido chiunque a salire su quel palco e cantare come al karaoke. Essendo poi un rapper non mi definisco un cantante. Ci sono cantanti fin da piccoli che tremano quando ci salgono. L’autotune? Non c’è solo quello, ma ci sono 5 o 6 effetti che ne fanno un suono internazionale. Non vuole modificare un effetto vocale, ma ricercare un suono particolare. Ridurlo solo all’autotune non sarebbe giusto, è un lavoro di creatività. Sono sincero. Nella mia carriera ho fatto una gavetta lunghissima con numerosissime porte in faccia. Faccio musica e singoli che hanno certificato platino e sold out da una decina di anni, ma molti continuano a dirmi di no. Molti artisti al di là dell’età.”
Sul piano performativo, l’artista ha messo a confronto il palco del Festival con quello degli stadi, sottolineandone le differenze.
“Il palco di Sanremo è più duro di uno stadio.” dice “Lì devi intrattenere 40mila persone che conoscono i tuoi brani, ti supportano, cantano con te. Nel Festival ogni singola eventuale situazione viene amplificata.”
Un passaggio è stato dedicato anche al rapporto con Gianluca Grignani, con il quale duetterà nella serata dedicata alle cover.
“Gianluca è un grande professionista” dice “È uno che sembra duro ma poi si scioglie facilmente. In quello ci somigliamo. Sono stato attaccato da anni e mi sono sempre tenuto dentro per non passare per rosicone. Ho un lato sfrontato ma questo non vuol dire che non ci sia un lato dentro romantico.”
Non è mancata una riflessione sul rapporto, evoluto nel tempo, con il Festival stesso.
“All’inizio non sentivo mio il Festival. Poi ho vissuto a Londra per anni. Ultimamente mi ci sono avvicinato di più perché ha aperto le porte anche a colleghi miei. L’ho seguito sia per interesse che per supportare amici. Prima lo vedevamo come un mondo lontano, che era giusto esistesse perché era l’involucro al quale noi eravamo alternativa. “Uno dovrebbe venire a Sanremo quando si sente forte, propositivo e quando ha qualcosa da dire, non invece come ultima spiaggia secondo me. Può andarti bene come può andarti male.””
Infine, un consiglio rivolto alle nuove generazioni di artisti, in merito alla scelta di partecipare alla kermesse.







