Strette e accidentate stradine di collina che si inerpicano, tra una curva e l’altra, tra le colline, prima di gettarsi precipitosamente nelle verdi e ombrose foreste di conifere che si estendono a vista d’occhio. Questo è ciò che appare, a prima vista, Verezzo, boschiva frazione del Comune di Sanremo. Il canto dei merli e dei passeri al giorno, dei gufi e delle civette alla sera, è certamente la più ampia dimensione sonora che chiunque venga in visita qui possa aspettarsi, se si escludono, ovviamente, i rombi delle sporadiche automobili di passaggio. Profumo di resine e di pini marittimi è certamente la prima sensazione che raggiungerà e avvolgerà il deliziato pellegrino non appena egli metta piede fuori dalla macchina o da uno dei rari autobus che si avventurano in questa sperduta campagna, subito seguita da un fresco e bruciante alito di vento.

Solitarie e inospitali, le casette dei circa cinquemila abitanti fanno capolino qua e là, affacciandosi raramente al centro matuziano; gli abitanti di questa zona, detti veresenghi oppure verezzenchi sono, nella tradizione sanremasca, un popolo rozzo e inospitale, ma sopraffino in ambito musicale e culinario. Protagonista delle chiacchere popolari e delle leggende legate al luogo è certamente la storica rivalità tra le due zone in cui è ulteriormente suddivisa la frazione, di per sé non gigantesca, ovvero San Donato e Sant’Antonio.

Ciononostante, la fama di Verezzo è altresì costellata di immagini indimenticabili e quasi leggendarie, tra cui quella catturata e indissolubilmente racchiusa nel metallico monumento che oggi tutti conoscono come Croce del Parà.

Siamo nel 1543, Sanremo è inesorabilmente stretta sotto la morsa della Repubblica di Genova. Il 7 agosto, le navi dell’Impero Ottomano, o più semplicemente, dei Saraceni, sono condotte verso la Riviera per una delle frequenti e violente scorribande a cui questo popolo è avvezzo. Chi le guida è il famigerato imperatore Kair-ed-Din, noto ai più come capitan Barbarossa. Gli invasori, nel loro periodo di massimo splendore, depredarono le campagne e uccisero o rapirono le persone.

Fu un episodio del tutto inaspettato a cambiare la sorte di quell’episodio che, diversamente, sarebbe certamente stato ricordato come una data di sangue: dopo otto ore di furiosa guerra, i turchi tornarono sulle barche, ma invece di lasciare la nostra terra, sbarcarono poco più in là, sulla spiaggia di levante, per attaccare la città alle spalle; ma ebbero una brutta sorpresa: trovarono il popolo veresengo, audacemente guidato dal podestà Luca Spinola, che aveva disceso le colline e li stava aspettando all’ingresso della valle. Esso prese parte alla battaglia con tale ferocia da mettere in fuga i pirati turchi. In questa occasione, l’intera comunità matuziana si dovette togliere il cappello d’innanzi a quella che ne era considerata la frazione meno accettata; ma non fu l’ultima volta: nel 1753, infatti, esattamente duecentodieci anni dopo l’accaduto, i verezzenchi presero le parti di Sanremo durante la rivolta contro gli Ianuensis.

Altro monumento simbolo di Verezzo è la chiesa di San Donato, strettamente legata alla vicenda del Parà, eretta però solo nel 1630; ancora oggi, tale cappella dà il nome a una delle due zone (e parrocchie) presenti a Verezzo.