pieve di teco

È il cigolio dei cestelli d’acqua il rumore più diffuso, in un martedì qualsiasi, nella Pieve di Teco ai tempi del coronavirus. Poche le persone in giro, poche le attività aperte.

Le scuole sono chiuse, piazza Borrelli deserta. Nella sede della Croce Rossa, poco più in là, troviamo il primo movimento, vento escluso. Ristoranti, bar e pizzerie con le serrande abbassate. Fiorista, farmacia e negozio per i più piccoli sono aperti, ma l’afflusso è limitato.

I portici medioevali, che contraddistinguono il capoluogo della valle Arroscia, oggi sembrano tristi senza il movimento del ‘centro’ paese. La bomboniera del teatro Salvini è un ricordo e chissà quando potrà rimostrarsi nella sua piccola, grande bellezza.

L’imponente chiesa di San Giovanni Battista scandisce, come sempre, la giornata dei pievesi con i rintocchi delle sue campane. Nessuno in piazza Brunengo, nemmeno alle Poste. Poche le auto lungo via Luigi Eula, strada che collega al Nava. Passa la classica corriera di ‘Viani’ che incrocia il camioncino della Proteo davanti ai nostri occhi, e poco più.

E lo sferisterio? Luogo simbolo dello sport nell’entroterra che in questi giorni avrebbe dovuto riaccendere i riflettori sul ‘balon’, è vuoto. Sulla sua strada c’è chi pulisce il viale dalle foglie, nient’altro.

Pieve di Teco ai tempi del coronavirus, martedì 21 aprile 2020.