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Una nuova emergenza sanitaria è comparsa nelle ultime settimane in Italia, la peste suina africana. Il diffondersi della malattia ha comportato l’interdizione per 6 mesi nelle aree boschive in più di 100 comuni tra Piemonte e Liguria e la crescente preoccupazione per gli allevamenti suini nostrani.

Per fare chiarezza e avere maggiori informazioni riguardo l’argomento abbiamo incontrato il veterinario Giuseppe Riello.

Cos’è la peste suina africana?

“È un virus neutralizzante che inibisce il sistema immunitario e non permette la creazione di anticorpi specifici, questo rende molto difficile la preparazione di un vaccino, che ad oggi non esiste, non ci sono terapie ed è estremamente contagioso“.

Il virus, come ci spiega il dott. Riello, si propaga non solo attraverso il contatto tra animale infetto e sano, ma anche attraverso attrezzature, vestiti, scarpe, copertoni e scarti alimentari.

C’è rischio per i prodotti alimentari? Il virus è pericoloso per l’uomo?

“Si trasmette solo attraverso i suini e non è assolutamente pericoloso per l’uomo. Si possono acquistare in tutta sicurezza i prodotti alimentari, che sono oltretutto controllatissimi, quindi si può stare tranquilli. Il problema grosso è dal punto di vista economico, l’esportazione dei nostri prodotti rischia fortemente di avere limitazioni, mettendo in sofferenza aziende e famiglie della filiera”.

Sicuramente il grande numero di cinghiali che vediamo anche nelle nostre città o nelle vicinanze aiuta il diffondersi la malattia.

“I focolai sono in diversi paesi del mondo, basti pensare che in Cina poco prima del lockdown, sono stati abbattuti milioni di capi, in Europa i primi casi si sono visti nella zona del Caucaso per poi diffondersi, grazie anche al gran numero dei selvatici, in varie zone, anche se si sono attivate varie misure di contenimento.

Quali misure si sono messe in atto?

“Quando si è fuori dalla zona infetta, ma in zone limitrofe, si attiva una vigilanza passiva. I fruitori del bosco, cacciatori, escursionisti, cercatori di funghi, sono invitati a segnalare alle autorità forestali e zootecniche cinghiali in condizioni di sofferenza, con perdite di sangue o morti, in modo da poterli analizzare ed evitare possibili focolai. Questo non è possibile in una zona infetta, dove come si è visto, si è scelta l’interdizione delle aree boschive. La misura adottata evita che escursionisti, cercatori di funghi e tutti i fruitori del bosco possano trasportare il virus con i loro indumenti ed oggetti e per la caccia che ci sia una ulteriore dispersione di animali infetti”.

Quindi non ci sono altre possibilità se non un “lockdown” delle zone interessate?

“Purtroppo l’unico sistema è il contenimento in natura e l’abbattimento dei capi negli allevamenti, ad oggi non abbiamo altre soluzioni”.