Come ogni anno la scorsa notte si è rinnovata la tradizione centenaria dei sepolcri di Santo Stefano al Mare, per ricreare l’ambiente in cui si trovò Gesù dopo la sua morte. Fino agli anni ’70 venivano fatti con la segatura colorata, ma da oltre quarant’anni sono realizzati con la polvere di marmo tinta. Fu Franco Ribul che pensò a questo materiale come una migliore alternativa in grado di creare sfumature con colori accesi e brillanti.

Il “sepolcro” corrisponde allo spazio della chiesa destinato ad accogliere le specie eucaristiche consacrate e a conservarle sino al pomeriggio del Venerdì Santo quando, al termine della liturgia penitenziale, verranno distribuite ai fedeli per la comunione sacramentale.

La pratica di allestire gli altari della reposizione si è affermata in Europa già a partire dall’Età carolingia ed esprime l’idea del lutto e della sepoltura, avendo però una forte giustificazione teologica: è vero che i Cristiani nell’Eucarestia adorano il Cristo vivente, ma è altrettanto vero che Gesù è passato alla vita incorrotta attraverso una morte cruenta.