Giornata della Memoria liceo cassini

Giornata della Memoria liceo cassini

Affinché la memoria non sia solo un esercizio cerebrale, ma torni ad essere guida del comportamento quotidiano, anche gli studenti del liceo Cassini, attraverso la loro testata giornalistica online “Re:LOVEution”, vogliono testimoniare il loro ‘no’ all’indifferenza e ribadire e ricordare con forza che gli altri siamo noi.

“Se dimenticare è impossibile, conoscere è necessario” – Primo Levi

“Oggigiorno le notizie corrono veloci e non ci si sofferma più su nulla, mentre la giornata della memoria deve essere un momento di riflessione usato per adempiere al nostro dovere: conoscere e ricordare.

Il 9 marzo 1943 partì il primo treno per Auschwitz dal binario 21 a Milano; i prigionieri vennero caricati su vagoni merce originariamente destinati al trasporto postale e del bestiame su rotaia. I deportati viaggiavano in condizioni disumane, stavano in piedi durante tutto il lungo tragitto che li conduceva ai vari campi. Inoltre il numero di sventurati per vagone ammontava a circa 150 unità, a loro non erano distribuiti né cibo né acqua; ammassati in questi carri soffrivano terribilmente il sovraffollamento, il caldo torrido d’estate e il freddo gelido in inverno, gli unici sanitari disponibili erano costituiti da un secchio. A causa di queste condizioni atroci molti dei deportati morivano di stenti prima di giungere a destinazione; inoltre veniva dato l’ordine alle SS (Shultzstaffel) di sparare a coloro che provavano a scendere dal treno. Fuggire da questa tortura era dunque impossibile. L’anno scorso alcune classi del nostro liceo si sono recate presso il Memoriale della Shoah, che si trova nella stazione centrale di Milano, per osservare il binario 21. Questa esperienza fornisce una prova tangibile dell’apice della cattiveria e della sofferenza umana; grazie a questo monumento possiamo comprendere che ricordare significa rompere l’indifferenza, poiché la memoria deve essere lo strumento delle generazioni future, affinché le atrocità del passato non ritornino.

Ma siamo sicuri di utilizzare i giusti termini quando parliamo di questa strage?

Molto spesso vengono utilizzati i termini “Olocausto” e “Shoah” per descrivere la strage del popolo ebraico, attuata dai regimi nazi – fascisti durante la Seconda Guerra Mondiale, avvenuta tra il 1943 e il 1945, ma queste parole hanno due significati ben precisi.

Il termine Olocausto deriva dal greco e significa “tutto bruciato”. I Greci, gli Ebrei e molti altri popoli antichi, nei loro riti religiosi, sacrificavano un agnello, una capra o un altro animale lasciandolo bruciare tutta la notte dopo averlo immolato alla divinità. La lingua greca traduce il sacrificio ebraico detto “Olah”, ossia “innalzamento”, come un atto dove un animale, dopo essere stato ucciso viene “tutto bruciato” sopra un altare, ed il fumo, che sale dalla terra, è “odore gradito al Signore”.

Shoah, invece, significa letteralmente “tempesta devastante”; ha un significato neutro legato al lessico biblico ed è collegato all’idea di distruzione. Con questo, d’altro canto, si indica lo sterminio del popolo ebraico durante il Secondo conflitto mondiale. Shoah è il vocabolo che bisogna usare per denotare il genocidio ebraico e si preferisce ad Olocausto, che invece richiama un’attività culturale antica legata ai sacrifici rituali.

Le vittime del Genocidio

Le vittime del Genocidio furono le persone che persero la vita durante la persecuzione razziale, messa in atto dal regime nazista tra il 1933 e il 1945. Le principali vittime furono, ovviamente, i cittadini di religione ebraica, causando la morte di 6.000.000 di innocenti. Oltre a questi, la persecuzione riguardò anche: rom, disabili, omosessuali, slavi e dissidenti politici, che condivisero la stessa sorte. Il numero totale delle vittime ammonta a 17.000.000.

I campi di sterminio

Un campo di sterminio è un luogo il cui scopo unico e principale è l’uccisione dei prigionieri che vi giungono. L’esempio più terribile è quello di Auschwitz-Birkenau, nei pressi della cittadina polacca di Oswiecim. Esso svolse un ruolo fondamentale nell’attuare la “soluzione finale”, eufemismo con il quale i nazisti indicarono lo sterminio degli ebrei, diventando rapidamente il più efficiente del III Reich. Esso fu liberato il 27 gennaio 1945 dall’Armata Rossa dell’Unione Sovietica. Nel 1979 fu dichiarato patrimonio dell’umanità dell’UNESCO.

La vita nei campi di sterminio era insostenibile e durissima, un inferno. Appena scesi dai convogli, i deportati venivano divisi in due gruppi: i più deboli venivano immediatamente condotti verso le camere a gas, dove erano uccisi, mentre gli uomini, spogliati dei propri beni, venivano rasati ed entravano nelle docce, dalle quali uscivano getti di acqua gelida o bollente. Dopo essere stati vestiti con uniformi a righe, cominciava la registrazione: si annotavano le generalità del prigioniero e veniva marchiato sull’avambraccio sinistro un numero. Sulla divisa veniva annotato il numero ed un triangolo di diverso colore a seconda del motivo dell’arresto.

– Ebrei: due triangoli gialli sovrapposti come a formare una Stella di David.
– Prigionieri politici: un triangolo rosso ed una lettera a seconda della nazionalità.
– Omosessuali: un triangolo rosa.
– Lesbiche: un triangolo nero
– Rom e Sinti: un triangolo marrone
– Testimoni di Geova: un triangolo viola.

I prigionieri venivano poi mandati in quarantena, dove rimanevano per 6/8 settimane, affinché si evitasse la diffusione di malattie infettive. Dopo faticose esercitazioni iniziava il lavoro nel campo. La sveglia era alle 4:00 a.m., il lavoro era pesantissimo ed era prolungato per l’intero giorno. Le camerate erano molto piccole ed ospitavano un sovraffollamento di persone, le pareti erano umide e piene di muffa. Questa situazione era difficilissima da sostenere mentalmente e molti detenuti, pur di salvarsi dalle innumerevoli torture, preferivano togliersi la vita, gettandosi contro il filo spinato che era percosso da una potente scarica elettrica.

Ogni straniero è nemico
Ogni ebreo è straniero
Quindi ogni ebreo è nemico

Questa convinzione è un’infezione latente che non sta all’origine di un sistema di pensiero. Nel caso in cui questo accadesse, ovvero che il dogma diventi premessa maggiore di un sillogismo, allora al termine della catena si trova il Lager”.