L’argomento è ormai da mesi sulla bocca di tutti. Due fronti nettamente contrapposti stanno discutendo sul futuro dell’oliva taggiasca: prodotto d’eccellenza che negli ultimi anni sta avendo un successo strepitoso.

Questa qualità d’oliva nasce tra il VII e VIII secolo nella Liguria di Ponente. I frati benedettini che si stanziarono a Taggia in quel periodo insegnarono ai nostri antenati a coltivare gli ulivi e, grazie a una serie di innesti, diedero vita a questa incredibile cultivar.

Negli ultimi anni, la taggiasca ha raggiunto i tavoli di mezzo mondo e una fama unica nel suo genere.

Nell’intervista a Riviera Time, Franco Boeri, noto frantoiano di Badalucco, racconta come andando in giro per il mondo si è accorto che la taggiasca è una delle olive più conosciute.

Un riconoscimento a livello mondiale che porta con sé i rischi del mercato globale.

Da tempo, infatti, si segnalano barattoli di olive “taggiasche” prodotte in Meridione. Inoltre, i vivai sono sommersi da centinaia di migliaia di richieste di piante di taggiasca.

“Sta succedendo qualcosa – spiega Boeri – che deve suonare come campanello di allarme. Tutte queste piante non andranno ad abbellire i giardini di ville private. C’è qualcuno che sta pensando di piantare la taggiasca nelle pianure con agricoltura intensiva.”

Proprio per questo motivo la Regione e le associazioni di categoria propongono di blindare l’oliva taggiasca in salamoia con una DOP. È su questo punto che si è scatenato il polverone degli ultimi mesi.

La Comunità Europea vieta di utilizzare il nome di una varietà vegetale per legare un prodotto al territorio. Si propone, quindi, di sostituire il nome taggiasca con un suo sinonimo (giuggiolina) nel Registro delle Varietà e nello Schedario olivicolo. Un processo analogo a quello avvenuto nel 2009 con il Prosecco.

Nell’intervista, Boeri spiega le molte preoccupazioni dei piccoli produttori e del comitato SalvaTaggiasca contro la Denominazione d’Origine Protetta. Ma anche le motivazioni di chi vuole la certificazione. Due fronti contrapposti che, secondo Boeri, hanno entrambi ragioni valide.

“Se noi prendiamo le più grosse politiche che siano state fatte negli ultimi 10 anni dai sindacati degli agricoltori, vanno tutte verso il chilometro-zero, sul dare la tracciabilità ai prodotti […] e quindi è logico che adesso le associazioni degli agricoltori tendano ad andare verso le DOP. Però, a differenza di altre regioni, la nostra è tutta una micro-agricoltura e quindi i piccoli agricoltori, quando sentono parlare un po’ più di burocrazia, alzano subito le mani perché sono tanto piccoli che non ce la fanno.”

La speranza di Boeri è che prima o poi ci si unisca tutti insieme per puntare un unico traguardo lasciando da parte le divergenze. “Altrimenti si rischia di fare quello che abbiamo fatto sul fiore. Avevamo un patrimonio di lavoro e di soldi che giravano. L’abbiamo totalmente distrutto.