toni capuozzo

“L’animazione è la vera pietra filosofale del cinema”: così ha cercato di spiegare la sua arte, ieri sera, il regista partenopeo Alessandro Rak in dialogo con Lino Damiani, di fronte alla platea del Cinema Zeni di Bordighera. Durante la serata, è stato anche premiato con una Targa dall’associazione culturale onlus La Decima Musa che organizza il “Ponente International Film Festival”. Vincitore di Due David di Donatello e di un Nastro d’Argento, Alessandro Rak, naturale erede della scuola di Bruno Bozzetto, crea però animazione per adulti, genere che in Italia non è ancora adeguatamente apprezzato dal grande pubblico. La comunità del cinema, invece, lo stima molto. Tanto che nel 2013 ha vinto l’Oscar europeo (Efa) con il suo primo lungometraggio animato, realizzato in collaborazione con Mad Enterteainment, Rai Cinema e Cinecittà Luce, dal poetico titolo: L’arte della felicità (che ha anche aperto la Settimana della Critica della 70ª edizione del Festival del Cinema di Venezia). Nel 2017, Gatta cenerentola, ispirato all’omonima fiaba di Giambattista Basile e all’opera teatrale di Roberto De Simone, costituisce un altro grande successo della casa di produzione Mad Entertainment, proiettato al Festival del cinema di Venezia nella sezione Orizzonti e vincitore di due David di Donatello e un Nastro d’Argento. Ieri sera, invece, ha presentato il suo ultimo lavoro, Yaya e Lennie: The Walking Liberty, proposto lo scorso agosto al Festival di Locarno: una proiezione speciale perché nelle sale c’è stato solo per pochi giorni. Il film è una intelligente favola verde che immagina una Napoli seppellita sotto chili di giungla: della città che tutti conosciamo resiste soltanto la musica, mentre due personaggi, Yaya e Lennie, ispirati ai protagonisti di Uomini e topi di Steinbeck, cercano di essere all’altezza del sogno di libertà della scomparsa madre adottiva, una corsara nell’anima, e i rivoluzionari guardano Il grande dittatore di Chaplin proiettato su un lenzuolo.

Intanto, cresce l’attesa per l’arrivo a Bordighera di Toni Capuozzo, domani venerdì 3 dicembre: il celebre giornalista e inviato di guerra, che recentemente ha pubblicato il libro Piccole patrie (Edizioni Biblioteca dell’Immagine), non mancherà di parlare di un tema attuale come quello dell’Afghanistan (19,30, cinema Zeni), specie perché il suo intervento seguirà la proiezione de I racconti di Pàrvana (Canada/Irlanda 2018, 94’), un film d’animazione emozionante e senza tempo sul potere trascendentale e taumaturgico delle storie, che scava nel dramma di un Paese dominato dall’integralismo islamico. Appuntamento alle ore 18 al cinema Zeni di Bordighera. Infine, il Festival si chiuderà in bellezza con l’incontro con Toni Capuozzo. Seguirà un rinfresco.

I racconti di Pàrvana

Titolo originale: The Breadwinner

Regia: Nora Twomey

Cast: Saara Chaudry, Laara Sadiq, Shaista Larif, Ali Baadshah, Noorin Gulangaus

Produzione: Canada, Irlanda, Lussemburgo, 2017

Durata: 94’

Genere: animazione

Parvana ha 11 anni, e sta crescendo in una Kabul sull’orlo del conflitto tra gli americani e l’esercito talebano, nell’Afghanistan del 2001. Vive con la madre malata, la sorella maggiore, un fratellino e il padre, mutilato di guerra. Mentre sta vendendo degli antichi oggetti di famiglia, la ragazzina viene

presa di mira da alcuni soldati, e solo il provvidenziale intervento del padre evita il peggio. L’uomo viene arrestato per vendetta con false accuse e rinchiuso in prigione. In una società che proibisce alle donne ogni diritto, persino quello di uscire di casa da sole, Parvana è costretta a tagliarsi i capelli e camuffarsi da maschio per aiutare la famiglia. Con intrepida perseveranza accetta i lavori più strani, trovando la forza di resistere nelle storie che le raccontava il padre, e che a sua volta diffonde. Per ritrovarlo, rischierà la vita. Paradossalmente, sarà proprio un soldato talebano ad aiutarla.

Prodotto da Angelina Jolie, da anni paladina delle cause umanitarie anche in campo cinematografico, è un ritratto dall’estetica minimale e raffinata di una società sottomessa a un maschilismo arcaico e violento, sulla scia di Persepolis, lo splendido film d’animazione di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud, che dieci anni prima ha raccontato le vicissitudini di una bambina iraniana. Una delle caratteristiche più apprezzabili dell’opera è la capacità di non cadere in patetici e facili stereotipi, dando vita a personaggi credibili, facili da amare. Ciò che particolarmente colpisce è il loro spessore psicologico, al di là di banali identificazioni: ad esempio, per ogni talebano negativo ce ne sarà uno positivo, pronto a ribaltare ogni prevedibile classificazione della società afgana. Ciò non toglie che la ragazzina sia costretta a spacciarsi per il lontano cugino Aatish, per procurare il pane alla famiglia, (nell’accezione anglosassone, breadwinner rimanda al capo famiglia, procacciatore del sostentamento per il suo gruppo) dato che la sola figura maschile di riferimento è imprigionata chissà dove, e a una donna non è concesso uscire di casa senza la compagnia di un uomo. Una strategia cui sono costrette altre ragazze, scoprirà, come la compagna di scuola Shauzia. Ma Parvana è stata educata alla libertà. Il padre le ha insegnato a leggere e scrivere, a usare l’immaginazione, narrandole storie fantastiche, e si ostina a portarla fuori senza velo, malgrado la legge lo imponga. Uno dei motivi per cui viene arrestato e rinchiuso in un carcere sperduto nel deserto. A lei non resta che travestirsi per sostentare i suoi cari e raccogliere notizie sul padre. Trova il coraggio proprio ripetendo i suoi racconti, perlopiù sulla storia afgana, al fratellino e agli amici, inventandone di nuovi, per se stessa e per loro, dando fondo all’immaginario cupo ed inquietante di chi nella propria breve vita ha visto solo violenza e soprusi, ma inserendovi i barlumi di luce e speranza che solo una mente innocente può concepire. Spiragli di bellezza che fanno splendere il film, un’animazione adulta che fa accapponare la pelle e approfondisce una dimensione tragica con mano lievissima, riuscendo a mantenere l’equilibrio ma interrompendolo nei momenti giusti, in un crescendo d’intensità, con voli onirici di straziante malinconia. Così, mentre un disegno dal tratto realistico narra la drammatica ricerca del padre, stacchi di cutout animation (una forma di stop-motion che utilizza ritagli di carta) portano al centro dell’attenzione l’oscuro mondo di Elephant King, un incubo ricorrente per Parvana, col luciferino elefante a simboleggiare il male (il potere) da combattere. Alla regia una sorta di esordiente alla distanza, l’irlandese Nora Twomey, che torna alla direzione molti anni dopo i suoi ultimi lavori, due corti pluripremiati, The Secret of Kells e From Darkness, e la partecipazione nel cast tecnico di Song of the Sea, candidato all’Oscar 2015 come miglior film d’animazione. Già assistente di Tomm Moore, riprende le cifre stilistiche del maestro per raccontare una storia d’amore e di amicizia sullo sfondo di uno dei momenti più bui della storia recente.

Toni Capuozzo

Antonio “Toni” Capuozzo nasce a Palmanova nel 1947. Inizia l’attività di giornalista nel 1979, a “Lotta Continua”, per la quale segue l’America Latina, e diviene professionista nel 1983. Dopo la chiusura della testata, scrive per “Reporter”, “Panorama Mese” ed “Epoca”. Durante la Guerra delle Falkland (1982) ottiene un’intervista esclusiva al grande scrittore Jorge Luis Borges. Successivamente, si occupa di mafia per il programma “Mixer” di Giovanni Minoli. È inviato per la trasmissione “L’istruttoria”. In seguito, collabora con alcune testate giornalistiche del gruppo editoriale Mediaset (TG4, TG5, Studio Aperto), seguendo in particolare le guerre nell’ex Jugoslavia, in Somalia, in Medio Oriente e in Afghanistan. Vicedirettore del TG5 fino al 2013, dal 2001 cura e conduce per dieci anni “Terra!”, settimanale del TG5, e poi va in onda su Retequattro, sotto la direzione di Videonews. Sua, inoltre, la rubrica di Tgcom24 “Mezzi Toni”. Nel 2021 ha realizzato per Mediaset il reportage “Il sogno di una cosa”, dedicato ai cento anni del Partito Comunista Italiano. Non solo giornalismo d’inchiesta, nella sua prestigiosa carriera, ma anche una grande passione per il teatro, unita all’impegno per le cause umanitarie. Nel 2009 ha messo in scena, con Mauro Corona e il complesso musicale di Luigi Maieron, “Tre uomini di parola”, uno spettacolo i cui proventi finanziarono la costruzione di una casa-alloggio per il centro grandi ustionati di Herat, in Afghanistan. Nella stagione 2009-2010 è stato direttore artistico del “Festival del Reportage” di Atri (Abruzzo). Nel 2011, con Vanni De Lucia, ha messo in scena “Pateme tene cient’anni”, una storia di padri e di patrie. Sposato, due figlie, Capuozzo si è sempre definito “genitore di due figli e mezzo”. Ai tempi della guerra nell’ex Jugoslavia, infatti, ha preso sotto la sua ala protettiva un bambino bosniaco, Kemal. All’epoca, Capuozzo si trovava a Sarajevo come inviato. Kemal aveva pochi mesi quando rimase vittima dei bombardamenti serbi. La madre morì, lui perse una gamba. Il giornalista decise di portarlo in Italia prima che cominciasse a camminare, affinché fosse dotato subito di una protesi. Capuozzo lo portò nel nostro Paese di nascosto, si occupò delle sue cure e lo tenne con la sua famiglia fino al compimento dei cinque anni. A quel punto, Kemal, che aveva frequentato un asilo italiano, su decisione del tribunale dei minori tornò dal padre naturale a Sarajevo. Capuozzo, però, ha continuato ad andarlo a trovare, tanto che il ragazzo, oggi 27enne, chiama “papà” sia Toni che il vero genitore.

Ingresso gratuito con green pass obbligatorio.

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