Dalla professione di inviato di guerra, che non puĂČ piĂč fare perchĂ© ora, per via dellâetĂ , sarebbe âun pessimo fuggitivoâ al ricordo dellâultima esperienza in Siria; dallâatteso commento sullâAfghanistan dei talebani, âche non sono dei marziani, ma parte integrante di una societĂ che ha determinati valori, portati allâestremoâ, a quello sulla condizione femminile, specie perchĂ© il suo intervento ha seguito la proiezione de I racconti di PĂ rvana, film dâanimazione che racconta una pratica tuttâaltro che di finzione, quella del âbacha poshâ, la ragazza che si traveste da uomo per provvedere alla sua famiglia; passando per le sue âLettere da un Paese chiusoâ, diario affidato ai social durante il lockdown che ora Ăš diventato un libro. Toni Capuozzo non si Ăš risparmiato ieri sera, di fronte alla platea del cinema Zeni, a chiusura della ricca sei giorni del Ponente International Film Festival di Bordighera.
Non ha mai fatto un corso di primo soccorso per scaramanzia; perĂČ, ha sempre tenuto compagnia ai feriti, un poâ come i soldati americani che nellâimmaginario comune passano la sigaretta al morente. Intervistato dal giornalista bordigotto Giancarlo Pignatta, Capuozzo ha esordito parlando proprio del ruolo dellâinviato di guerra, panni che ha smesso per via dellâetĂ : âLa prima dote in guerra Ăš poter scappare. Oggi sarei un pessimo fuggitivo al fronte. Se andassi adesso dovrei portarmi una valigetta di medicine. Non posso nemmeno dire: âFacciano gli altriâ, perchĂ© Ăš una figura professionale che sta scomparendo, un poâ come quella dei calzolaiâ, ha commentato sarcasticamente. Ha proseguito ricordando la sua ultima esperienza al fronte, in Siria, durante la quale ha approfondito soprattutto il punto di vista, spesso trascurato, dei cristiani.
Atteso il suo commento sulla situazione in Afghanistan, specie perchĂ© a seguito della proiezione de I racconti di PĂ rvana (Canada/Irlanda 2018, 94â), film dâanimazione prodotto da Angelina Jolieambientato in un Paese dominato dallâintegralismo islamico, in cui la protagonista, PĂ rvana, si traveste da uomo per salvare la sua famiglia sotto il dominio dei talebani. Una pratica comune in Afghanistan, che prende il nome di âbacha poshâ (letteralmente, âragazzo travestitoâ): ossia, le famiglie prive di figli maschi inducono una delle loro figlie femmine a vestirsi e comportarsi come se fosse un ragazzo per lavorare. âNon Ăš unâopera di fiction il film che avete visto. Ă una tradizione affascinante e struggente quella della bambina che si traveste da maschio: affascinante, perchĂ© assomiglia alle cose di cui dibattiamo oggi (vale a dire: âSei quello che ti sentiâ). Ma lâAfghanistan invece non Ăš andato avanti. Questa tradizione Ăš accettata in un Paese in cui i ruoli di genere sono rigidi. Se una famiglia povera ha solo figlie donne, non puĂČ portare avanti il lavoro. Il lavoro minorile Ăš accettato; i bambini si sentono rispettabili e forti a lavorare, si mettono a piangere se gli dici: âBasta, vai a studiareâ. La ragazza che magari non si Ăš sposata si traveste cosĂŹ da uomo e, quasi per convinzione teatrale, la cosa Ăš accettata da tutti, anche dai vicini di casa. Si gode cosĂŹ della libertĂ di essere maschio. In Afghanistan âci sono i bambini ma non câĂš lâinfanziaâ, come ha scritto Hosseini. CâĂš perĂČ unâetĂ in cui la finzione poi non Ăš piĂč possibile. E questo Ăš un problema, perchĂ© improvvisamente la ragazza deve diventare remissiva dopo aver goduto di alcune libertĂ . Deve chiudersi a riccio nei panni di un burqaâ.
Inevitabile un commento sulla vittoria dei talebani: âĂ la sconfitta cocente di un impegno ventennale (Ăš costata milioni di dollari allâAmerica; allâItalia, meno soldi ma 54 connazionali in divisa che hanno perso la vita). Bisogna tener presente che i talebani non sono marziani: sono parte integrante di una societĂ che ha determinati valori, che loro portano alle estreme conseguenze. Sono la parte piĂč fanatica. Il burqa, ad esempio, non era scomparso: a Kabul, che comunque era la âLas Vegas dellâAfghanistanâ, nei quartieri popolari continuavano a indossarlo, per non parlare dei villaggi. Quando con i militari andavamo a cena nelle case dei villaggi, gli avanzi finivano nella stanza delle donne. E questo non Ăš lâAfghanistan dei talebani, ma degli ultimi ventâanni. I talebani sono figli di una cultura religiosa. Anche noi abbiamo avuto tradizioni di cui non andare fieri (ad esempio, il delitto dâonore). Le tradizioni perĂČ possono cambiare con facilitĂ , le convinzioni religiose noâ. CâĂš, infatti, alla base, proprio unâidea diversa di âpeccatoâ tra le due religioni. âNoi siamo cresciuti in una societĂ di origine giudaico cristiana. Di fronte al peccato, possiamo scegliere di pentirci, di rimediare. Nel mondo islamico â islam vuol dire proprio âsottomissioneâ â il rapporto con Dio Ăš molto diverso dal nostro. La moschea non Ăš la stessa versione della chiesa. Le religioni non sono uguali. Lâuomo nellâIslam viene esentato dallo scegliere, viene messo in condizione di non sbagliare. NellâIslam si toglie lâoccasione di peccare, si cancella, perchĂ© si ritiene che lâuomo non sia in grado di scegliere. La donna puĂČ destare cattivi pensieri? Allora la copri. Noi li vediamo come dei costumi, come delle differenze culturali di poco conto, ma invece non Ăš cosĂŹâ. Ha poi ricordato come i matrimoni obbligati siano imposti dalla famiglia, non dalla legge. A tal proposito, ha raccontato anche di quando aveva aiutato a mettere in piedi una struttura per grandi ustionati: âLa maggior parte erano donne che si erano date fuoco per protestare contro il matrimonio imposto dalla famiglia. E questo testimonia una difficoltĂ atroce per le donne: quella di ribellarsi alla stessa madre. Rifiutare questo vuol dire trovarsi senza famiglia in una societĂ in cui la famiglia Ăš tutto. Le carceri femminili sono piene di donne ribellateâ.
Ha poi parlato degli ultimi suoi due libri, âPiccole patrieâ (Biblioteca dellâimmagine) e âLettere da un Paese chiusoâ (Signs Publishing). âPiccole patrieâ Ăš un libro che raccoglie quello che io ho scritto sul Friuli, la mia piccola patria. Non sono un buon venditore di libri, ma chiunque ha una piccola patria. La parola âpatriaâ Ăš una parola che ormai Ăš fuori moda. Ma non intendo un concetto di nazionalismo, che si contrappone ad altre nazioni. Parlo dei sapori e profumi di un luogo. Intendo quando cominci ad arrivare e senti lâodore di casa. Io ne ho avute molte di patrie: una Ăš stata il Friuliâ. In ultimo, âLettere da un paese chiusoâ: âIn realtĂ solo adesso Ăš un libro, perchĂ© era nato come una serie di post su Facebook scritti durante il lockdown, che hanno fatto compagnia alle persone e che hanno tenuto compagnia anche a me. Alla fine, un editore mi ha chiesto di trasformarli in un libro e io ho accettato alla condizione che restasse identicoâ. Non ha mancato di commentare, cosĂŹ, anche la situazione pandemica e la lezione che se ne puĂČ trarre. âLa lezione Ăš che la normalitĂ Ăš preziosissima, solo che ce ne dimentichiamo presto. GiĂ oggi ci siamo dimenticati: câĂš chi si lamenta perchĂ© deve mostrare un Green Pass. Nessuno della mia etĂ , poi, ricordo che si fosse mai chiesto: âMa in questo Viagra cosa câĂš dentro?â. Eppure, lâha fatto la Pfizer, la stessa del vaccinoâ. Infine, ha sottolineato lâimportanza di vaccinare tutti i Paesi, anche quelli meno ricchi e privilegiati: âNoi ci permettiamo il lusso di non voler essere vaccinati e câĂš chi nel mondo aspetta con ansia un vaccino. Bisogna fare i conti col fatto che finchĂ© anche lâIndia non si sarĂ salvata, non ci saremmo salvati nemmeno noiâ.
Il vicesindaco di Bordighera ha poi consegnato a Toni Capuozzo una Targa da parte della CittĂ , auspicando che âil mestiere di inviato di guerra sparisca perchĂ© non ce ne sia piĂč bisognoâ.








