È iniziato il 1° ottobre il periodo di fermo pesca per le imbarcazioni a strascico, che in provincia di Imperia proseguirà fino al 30 ottobre. La pausa arriva in un quadro caratterizzato da diverse difficoltà per il comparto, a partire dall’aumento dei costi del carburante.
Il gasolio rappresenta una delle principali voci di spesa per le imprese della pesca e l’aumento dei prezzi ha aggravato una situazione già complessa. A incidere, secondo quanto evidenziato dagli operatori, sono soprattutto le conseguenze della crisi in Medio Oriente.
“Le imbarcazioni a strascico della nostra zona lavorano quattro giorni su sette e quindi osservano anche un fermo che viene spalmato lungo il corso di tutto l’anno”, spiega Lara Servetti, responsabile regionale di Legacoop Liguria per il settore agroalimentare.
Gli aiuti e le richieste al governo
Sul fronte degli interventi, il governo ha previsto un credito d’imposta del 20% sulle fatture relative ai mesi di marzo, aprile e maggio, riconosciuto alle imprese di pesca e utilizzabile in compensazione attraverso il modello F24. Anche la Regione Liguria è intervenuta con un bando dedicato alle imprese del settore.
Per gli operatori, tuttavia, le misure non sono sufficienti a risolvere le difficoltà nell’immediato.
“Il credito d’imposta è comunque limitato a tre mesi e queste sono erogazioni che vengono date alle imprese di pesca non nel brevissimo periodo, ma se ne parlerà fra qualche mese. Quindi devono ovviamente resistere nel mentre”, sottolinea Servetti. “Nei prossimi giorni sono previsti incontri al Ministero ai quali parteciperanno le associazioni di categoria, con la richiesta di ulteriori interventi a sostegno delle imprese”.
Il problema del carburante non riguarda soltanto la pesca a strascico. Servetti spiega che ad essere particolarmente esposte sono anche le imbarcazioni impegnate nella pesca dei grandi pelagici come il pesce spada, che devono raggiungere aree di pesca anche a 20-40 miglia dalla costa e sostengono quindi costi elevati per gli spostamenti.
“Non conviene più andare in mare”
A raccontare le difficoltà dal punto di vista degli operatori è Rocco Iarlori, pescatore, armatore e capobarca del peschereccio Padre Pio, per il quale gli attuali strumenti di sostegno rappresentano interventi insufficienti rispetto all’entità dei costi.
“Con il prezzo del carburante che è salito, sono costi per un’impresa di pesca insostenibili. Arrivano a incidere sul 75-77% del fatturato, quindi non è fattibile. Conviene più stare a terra, almeno per noi non conviene. Ci sono questi pannicelli caldi, ma ci vorrebbe qualcosa che mettesse un tetto al prezzo del gasolio“.
Il problema riguarda anche la sostenibilità economica dell’attività quotidiana. “È inutile che vado a farmi 16 ore di mare per rimetterci magari dei soldi. È una cosa che non sta in piedi”, spiega il pescatore. “A questo si aggiungono i costi di manutenzione delle imbarcazioni. Il peschereccio è una cosa che va a deperire, quindi ogni anno ha bisogno della sua manutenzione e sono costi anche loro. Purtroppo dobbiamo arrangiarci con quello che abbiamo”.
Nel video servizio a inizio articolo le interviste complete a Servetti e Iarlori.







