bandiera pci

Il Partito della Rifondazione Comunista – Federazione Provinciale di Imperia interviene, con una nota stampa, sui 100 anni della fondazione del PCI.

“Cento anni fa, a Livorno, si sancì una dicotomia del pensiero sociale di difficile ricomposizione: quella che oppone un progetto strategico di cambiamento globale dei modi di gestire i rapporti fra le classi sociali e fra le nazioni, ed un progetto che aspira a gestire questi rapporti apportandovi miglioramenti compatibili con lo stato di cose presente.

Questa dicotomia ha attraversato ed attraverserà probabilmente la storia dell’umanità e dei suoi singoli componenti ed è la riproposizione filosofico-sociale del dilemma fra l’uovo oggi o la gallina domani.

Probabilmente molto dipende dalla fame che si ha al momento.

Fuor di metafora, sicuramente poco seria, non possiamo non evidenziare che in questi 100 anni le due figlie del XVII congresso socialista di Livorno si sono evolute lungo un percorso che ha portato da un lato l’ala riformista ad una sempre maggiore compromissione con il potere borghese, con il sistema capitalistico, con i suoi dogmi, pur mantenendo nelle intenzioni una dignitĂ  ideale come sprone al perseguimento dell’obiettivo di contrastare …le forme piĂą disumane prodotte dalla pura logica del mercato e del profitto. (Avanti! on line del 14 gennaio 2021); e dall’altro lato l’ala rivoluzionaria – il PCI – ad un progressivo appiattimento di fatto con la visione riformista, giĂ  sancita da Berlinguer (partito di lotta e di governo), seppure con la dignitĂ  di aver sollevato la questione morale di mazziniana memoria, e definitivamente segnata dalla Bolognina con lo scioglimento del Partito Comunista. Insomma, un sempre maggiore scivolamento al centro di entrambe le componenti fino alla quasi assimilazione del Socialismo con il liberalismo illuminato, e del ex-Comunismo con il Riformismo Socialdemocratico.

Fino al punto che stiamo vivendo in questi giorni in cui alcuni tributari di quella scissione a sinistra di 100 anni fa si ritrovano pragmaticamente piĂą vicini al centrodestra che al centrosinistra.

Naturalmente la dicotomia nasceva anche dal rifiuto o meno della violenza come mezzo per raggiungere i fini del ribaltamento del sistema di potere allora vigente per la creazione di un socialismo universale, ed anche oggi il problema della presa del potere si pone, ma in forme probabilmente molto diverse da quelle di 100 anni fa.

Resta la dicotomia essenziale fra l’esigenza di cambiare radicalmente il sistema economico, cioè di eliminare binomio Capitale-guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, come motore della vita collettiva, come strumento unico di reciprocità, come valore meta-fisico, e quella di accettarlo con prescrizioni (come si fa con un progetto edilizio che fa schifo ed offende il Paesaggio collettivo, ma che non si può cassare sul piano della normativa), di emendarlo nella direzione di una maggiore equità compatibile con le leggi che lo governano.

Il percorso riformista ha il fascino dell’uovo oggi, ed ha l’indubbia capacità di migliorare lo stato di cose presenti: ne abbiamo degli splendidi esempi nelle conquiste sociali dei decenni ’60-’80 con la riforma della scuola, lo statuto dei lavoratori, il riconoscimento penale di alcune infamie (delitto d’ onore, stupro, stalking…), la sanità pubblica universale…

Ma tale percorso rischia di far perdere di vista alcuni elementi essenziali:

La necessità di un rispetto puntuale della Carta costituzionale non solo nelle sue specificazioni, ma anche negli indirizzi che essa indica: rimuovere le disparità sociali ed economiche, esercitare una pressione fiscale progressiva, realizzare la libertà d’impresa nei limiti dell’art. 41…

La necessitĂ  di promuovere pensiero critico attraverso un sistema di istruzione che non sia solo fondato sulle competenze – come esige il sistema di consumo – ma che valorizzi la conoscenza e promuova la capacitĂ  tutta umana di immaginare il futuro, realizzabile solo mantenendo nelle mani pubbliche e/o sotto forte controllo democratico i servizi formativi – oltre alla scuola l’intero sistema mediatico -.               

La necessitĂ  che ogni miglioramento apportato nella direzione della costruzione di una forma anche vaga di socialismo passi per una valvola di non ritorno, una sorta di pantoprazolo contro il riflusso sociale.

Questa costante spinta al compromesso – infine – cancella anche, nell’immaginario collettivo, una speranza globale. Prova ne è il sempre maggiore ricorso alla fuga nel personale, nel gruppo identitario, nell’ immaginario mistico, nel comitato del “qui e ora”, fuga che lascia immaginare una speranza concreta destinata, di regola, ad essere disillusa, anche (ed ancor piĂą) quando moralmente e socialmente buona e giusta.

Per questo 30 anni fa nacque, alla Bolognina appunto, Rifondazione Comunista. L’ impegno era di rifondare Teoria e Prassi del Marxismo alla luce anche degli errori che avevano portato al crollo del sistema comunista sovietico ma in piena consapevolezza del processo di violenta radicalizzazione in atto nel Capitalismo mondiale dettato dal sistema delle multinazionali economico-finanziarie e realizzato istituzionalmente dagli USA (e subordinatamente dalla UE), non solo sul piano economico e finanziario ma anche sul quello militare.

Rifondazione ed i Comunisti hanno poi subìto il violento attacco del Berlusconismo il cui anticomunismo becero e farsesco è stato spalmato sull’ intera societĂ  italiana dalle sue emittenti, grazie proprio a quella visione riformista che volle transigere sul conflitto d’interessi da cui pure i costituenti ed i governi del dopoguerra ci avevano messo in guardia. Il potere mediatico realizzato dal berlusconismo, è stato ed è in grado di mutare l’orientamento popolare con l’oculato e modernissimo uso della persuasione occulta, è un regime che ha giĂ  una durata quasi doppia del ventennio fascista, ma che genera sottomissione volontaria, anzichĂ© volontĂ  di rivolta. Questo attacco, potenziato dalla diffusione, di una mentalitĂ  acritica, irrazionale e qualunquista operata dalle piattaforme sociali, ha mutato fortemente l’appeal di un Partito Comunista, come Rifondazione ma non ha cancellato la capacitĂ  di elaborazione politica e di proposizione di un modello sociale che preveda la denuncia – propedeutica al superamento – del modello capitalistico, braccio economico del Patriarcato con il suo corredo fondativo di violenza di genere, razzismo, classismo e di presunzione antropocentrica della sola specie umana nei confronti dell’Ambiente.

Tutto ciò ha portato a quella catastrofe politica che è sotto gli occhi di chi vuol vedere: il distacco fra un pensiero diffuso che reclama giustizia sociale ed economica accanto a sicurezza e bellezza ambientale, che aborre il concetto stesso di profitto, che subisce sulla propria pelle i danni devastanti del liberismo agito con le continue privatizzazioni, la deroga all’ universalità e gratuità dei servizi sanitari, e dell’istruzione – asili compresi -, e gli strumenti politici per superarlo che, incredibilmente, gran parte dei cittadini che quei danni subisce crede e dichiara di trovare in chi tutti quei danni ha creato e crea, cioè il connubio fra il capitalismo e le destre al suo servizio che sanciscono il primato del privato sul pubblico e la disuguaglianza ed ingiustizia sociale come “naturale”.

Ne è un esempio la caparbietà di Confindustria nel pretendere tutte per sé le risorse del recovery fund ed invocare il ricorso ai prestiti del MES a salvaguardia, in ultima istanza, del sistema bancario con cui allaccia rapporti che travalicano quelli tra creditore e debitore. Caparbietà apprezzata da gran parte dei cittadini e non solo dai diretti interessati.

Insomma, pur con inevitabili errori, che sono spesso perdonati alla classe padronale, ma mai ai Comunisti, Rifondazione ha ripreso da trenta anni quella bandiera strappata cento anni fa, facendo propria la assoluta convinzione che il vigente modo di produzione e di gestione della società fondato sul profitto debba essere radicalmente abbattuto, e che ogni sua riforma progressiva, ancorché utile, non deve illudere nessuno: ecco perché non siamo Riformisti, perché ogni piccola o grande conquista strappata al Patriarcato, se spacciata per una vittoria narcotizza gli animi, e trasforma agli occhi di molti la strategia globale verso il Socialismo in tattica opportunistica.

Strategicamente Comunisti, tatticamente promotori di ogni pur piccolo cambiamento progressivo.

L’uovo e la gallina.”