video
play-rounded-outline
03:33

Nei secoli passati, quando gli inverni erano lunghi e rigidi e il clima europeo attraversava quella fase oggi nota come “piccola era glaciale“, l’uomo seppe trasformare il freddo in una risorsa.

Tra il XV e il XVIII secolo, con temperature mediamente più basse e abbondanti nevicate, nacquero strutture ingegnose destinate a conservare neve e ghiaccio fino alla primavera e all’estate: le neviere, chiamate neveje nel dialetto ligure.

Erano grandi ambienti interrati, spesso a forma di pozzo conico o cilindrico, costruiti in zone montane particolarmente favorevoli all’accumulo di neve. L’isolamento termico era fondamentale: muri in pietra a secco impermeabilizzati a calce, spessori notevoli, volte ricoperte di ardesia e terriccio, canali di drenaggio sul fondo per evitare infiltrazioni d’acqua.

All’interno, la neve veniva pressata a strati di circa venti centimetri, separati da paglia, foglie e fronde secche che fungevano da materiale coibentante.

In questo contesto si inserisce la storia delle neviere di Taggia, uno dei sistemi meglio conservati della Liguria, che tutt’oggi sopravvive nei resti della Nevèia Albaréo e della Nevèia Grande.

La Neviera Grande, posta sul Monte Neveja, a 840 metri sul livello del mare è la più imponente. Un pozzo profondo circa una decina di metri e largo cinque, le cui mura, in alcuni punti spesse fino a due metri, testimoniano un’opera complessa e costosa.

All’interno, lungo la parete, è presente una scala a chiocciola, mentre dei fori perimetrali, ancora oggi visibili, servivano ad alloggiare impalcature utilizzate per l’accumulo della neve e il prelievo del ghiaccio. Le grandi dimensioni e le caratteristiche della struttura fanno pensare a una gestione istituzionale del sito e non è escluso che la produzione e il commercio del ghiaccio fossero sottoposti a un regime di controllo o addirittura di monopolio, come avveniva nella Genova dell’epoca.

Durante la stagione estiva, il ghiaccio veniva estratto, spesso nelle ore notturne, per limitarne lo scioglimento, e trasportato a valle a dorso di un mulo.

Serviva per la conservazione degli alimenti, per usi medicali e anche, non ultimo, per la preparazione di sorbetti e gelati, una tradizione che lungo la Riviera avrebbe conosciuto una fortuna crescente soprattutto dall’Ottocento, con lo sviluppo del turismo elitario di inglesi, tedeschi e russi.

Oggi questo patrimonio storico e ambientale è al centro di un affascinante itinerario escursionistico noto come il Cammino del Ghiaccio di Taggia, che si sviluppa prendendo avvio dal Vallone di Santa Lucia, nel punto in cui il centro storico del comune culmina nel sagrato in ciottoli davanti al Convento dei Domenicani.

Superato il viadotto autostradale, si imbocca l’antica mulattiera che attraversa terrazze di ulivi, testimonianza viva della vocazione agricola della valle. Salendo, lo sguardo si apre sull’abitato di Arma e sul mare, fino a raggiungere la località Albaréo, dove si incontra la neviera più piccola. Da qui si prosegue su strada sterrata fino a Entrà, punto in cui riprende il tratto più suggestivo e meglio conservato della mulattiera storica che risale il Monte Neveja.

Un percorso che in poche ore pone di fronte a chi vi si avventura una grande varietà paesaggistica, dagli uliveti alla macchia mediterranea con lecci, eriche arboree e corbezzoli, fino al bosco mesofilo che circonda la Neviera Grande, con un ampio anello panoramico che conclude l’itinerario, regalando viste spettacolari sulla valle e sulla costa.

Queste opere non sono quindi solo testimonianze architettoniche ma raccontano una lunga storia di ingegno, di lavoro e di adattamento al clima, quando il ghiaccio diventò una ricchezza da custodire e commerciare. Percorrere oggi il Cammino del Ghiaccio significa camminare dentro quella memoria, dove natura e storia continuano a dialogare, silenziosamente.