Un viaggio nella memoria del territorio e nelle parole del dialetto ligure. Continuano le ‘lezioni du nosciu dialettu‘ con Giannetto Novaro – castellotto doc e presidente onorario della Communitas Diani – che questa volta racconta una figura ormai scomparsa, ma un tempo fondamentale nella vita quotidiana delle comunità rurali: ‘U barilô‘, il trasportatore di bariletti con ingrasso umano.
‘U barilô’ – La spiegazione di Giannetto Novaro
“In altri tempi non esistevano i servizi igienici e le fognature che conosciamo oggi, soprattutto nei piccoli paesi o nelle case isolate di campagna il gabinetto era spesso all’esterno. Nelle notti invernali, per evitare di uscire al freddo, in camera da letto si teneva il vaso da notte, chiamato ‘u cuppu‘, di terracotta o di ferro smaltato”, ha esordito ai nostri microfoni Giannetto Novaro.
Il contenuto raccolto durante la notte veniva svuotato al mattino in una vecchia giara con coperchi di legno, sistemata in un locale appartato della casa o in cantina. Con il passare dei giorni la giara si riempiva e quel materiale rappresentava invece un prezioso concime naturale.
“La gente era molto più povera e i concimi chimici erano rari e costosi”, ha spiegato il presidente onorario della Communitas Diani, “per questo nulla veniva sprecato. Quando la giara era piena si travasava il contenuto in appositi bariletti di legno“.
Qui entrava in scena ‘U barilô‘, una figura tipica dei mestieri di un tempo. Non tutte le famiglie possedevano un asino o avevano la forza di trasportare i barili fino ai terreni da concimare. Così ci si affidava a queste persone che, dietro compenso, si occupavano di trasportare i bariletti con l’aiuto di un asino fino agli orti e agli uliveti. “Ogni paese ne aveva uno o più e io stesso ho conosciuto, quando ero molto giovane, un uomo che per tanti anni aveva svolto questo lavoro. Lo chiamavano tutti ‘U barilô‘”, ha raccontato.
Il bariletto era un piccolo fusto costruito con doghe di legno, ‘dughe‘, tenute insieme da cerchi di ferro e dalla forma leggermente ovale per poter essere appoggiati meglio al ‘bastu‘. Una volta arrivati nei campi, il contenuto veniva utilizzato per concimare gli alberi. Attorno al tronco degli ulivi si scavava un solco profondo, ‘sotta‘, oppure si zappava superficialmente il terreno formando il ‘cavaissu‘. Qui venivano depositato il concime, insieme a erbacce, foglie secche e rifiuti domestici. “All’epoca”, ha sottolineato Giannetto, “la spazzatura era completamente diversa da quella di oggi: non esisteva la plastica e quasi tutto poteva tornare utile come fertilizzante”.
Particolarità linguistica: ‘barì‘ al maschile indicava i contenitori per olio o vino, al femminile quelli al trasporto degli escrementi umani. Durante il trasporto le ‘barì‘ venivano chiuse con un grosso tappo di sughero, spesso avvolto in uno straccio per evitare che saltasse lungo le strade sconnesse del paese.
Con il passare del tempo, l’arrivo delle fognature moderne e dei concimi industriali ha fatto scomparire questo mestiere e le pratiche che lo accompagnavano. Ma nella memoria e nel dialetto del territorio resta ancora la parola ‘U barilô’, testimonianza di un mondo contadino fatto di ingegno, fatica e rispetto per ogni risorsa.
Nel video-servizio a inizio articolo la spiegazione integrale di Giannetto Novaro.







