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Sanremo cambia volto ogni anno, nei giorni che precedono il Festival. Le strade si riempiono di persone, le luci si accendono e il Teatro Ariston inizia ad assumere quella forma speciale che il pubblico conosce bene.

L’Ariston, però, non è soltanto il palcoscenico del Festival, ma un luogo che custodisce oltre un secolo di storia dello spettacolo e della città.

A preservarne la memoria è Walter Vacchino, proprietario della struttura insieme alla sorella Carla, erede di una tradizione che affonda le sue radici nel primo Novecento.

La storia dell’Ariston e del suo nome

“L’Ariston è la realizzazione del sogno di mio padre Aristide, un sogno che non nasce all’improvviso ma è il risultato di una storia familiare lunga generazioni”, racconta Vacchino in un’intervista concessa ai nostri microfoni dalla sommità del Teatro, sulla terrazza del Roof. “Si parte da mio nonno Carlo e da mia nonna Emilia, poi mio padre, che ha immaginato questo teatro come un luogo aperto, capace di accogliere linguaggi diversi. Quando io e mia sorella abbiamo raccolto il testimone, il nostro obiettivo è stato quello di portare avanti quel sogno senza tradirlo, accompagnandolo nel tempo”.

Il Teatro Ariston aprì ufficialmente le porte il 31 maggio 1963, ma la vocazione allo spettacolo della famiglia Vacchino risale a molto prima.

“La nostra storia comincia nel 1907, con il Cinema Sanremese”, ricorda Vacchino. “Il cinema è sempre stato nel nostro cuore. Abbiamo attraversato tutte le trasformazioni tecnologiche: dal 35 mm al 70 mm, dalle cinque piste magnetiche alla digitalizzazione, fino ai proiettori laser e al 3D. In queste sale i sanremesi hanno visto i primi film, le anteprime, il cinema per famiglie. Qui si è costruito un rapporto popolare con lo spettacolo, fatto di condivisione e di emozioni vissute insieme”.

Accanto al cinema, il teatro. Un luogo che fin dall’inizio non si è mai limitato a un solo genere. “L’Ariston è nato come uno spazio polifunzionale: prosa, commedia musicale, concerti, lirica, eventi. Tutto faceva parte della normalità. L’idea era quella di avere un palco che potesse trasformarsi, che potesse accogliere ciò che le persone immaginavano e poi rendere reale quella fantasia”, afferma.

Anche il nome del Teatro racchiude questa visione e racconta un’eredità ben precisa. “Il nome Ariston deriva dal greco (Aristos – ἄριστος, ndr) e significa ‘il migliore’, ma per noi ha anche un valore personale molto forte. Richiama il nome di mio padre Aristide e porta con sé una serie di significati simbolici. La lettera A, per esempio, per me vuol dire amore, amicizia, accoglienza. Ma vuol dire anche Amilcare Rambaldi, che è stato un amico di famiglia e una figura fondamentale per la storia culturale di Sanremo”.

Il Festival di Sanremo

Rambaldi, del quale pochi mesi fa ricorrevano i 30 anni dalla scomparsa, è infatti l’uomo che negli anni Cinquanta ebbe l’intuizione che avrebbe cambiato per sempre il volto della città.

“Amilcare rappresentava una parte politica all’interno della commissione del Casinò e si inventò una rassegna di canzoni legata alle serate del gioco. L’idea era semplice ma geniale: creare un evento musicale capace di attirare pubblico. Quella rassegna è diventata il Festival della Canzone Italiana. Da lì è nata una storia che ancora oggi continua”, spiega Vacchino.

La storia del Teatro è strettamente legata a quella del Festival di Sanremo, nato nella casa da gioco matuziana e successivamente trasferito all’Ariston. Il legame si consolida definitivamente nel 1977, segnando l’inizio di una nuova fase.

“Quando il Festival arriva all’Ariston, il teatro era già grande. Oggi, paradossalmente, sembra piccolo rispetto all’importanza dell’evento. Ma proprio questo limite ha generato una forza nuova: il Festival diffuso. La città intera è diventata un palcoscenico, e questo ha rafforzato il legame tra Sanremo, il Festival e i suoi cittadini”, commenta Vacchino.

Un legame che, negli anni, ha permesso al palco dell’Ariston di ospitare non solo musica, ma anche eventi culturali, sportivi e sperimentazioni di ogni tipo, mantenendo sempre una vocazione popolare.

“In un mondo che corre velocissimo, avere radici profonde e continuare a essere vivi dopo tanti anni significa fermarsi, ascoltare, dare spazio al tempo. I teatri servono a questo: a creare confronto, a far incontrare le differenze. Le città che non hanno teatri non hanno futuro”, conclude.

Tanti altri sono gli aneddoti che Walter Vacchino ci ha raccontato nell’intervista concessa sul terrazzo del Roof dell’Ariston e che potete ascoltare integralmente nel video servizio a inizio articolo.