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Non c’è soltanto il caro carburante a mettere in difficoltà la pesca nell’imperiese, argomento che abbiamo trattato in un articolo nei giorni scorsi.

Per il comparto della nostra provincia esistono anche criticità strutturali che si trascinano da anni, a partire dalla progressiva riduzione della flotta e dalla difficoltà nel ricambio generazionale.

A sottolinearlo è Lara Servetti, responsabile regionale di Legacoop Liguria per il settore agroalimentare, che individua innanzitutto una particolare penalizzazione legata alla posizione geografica della provincia.

Un compartimento in meno

Uno dei problemi è legato alla divisione burocratica di queste acque. Il compartimento marittimo è un’area territoriale utilizzata per organizzare e gestire le attività di pesca. Al suo interno possono operare imbarcazioni con sistemi di pesca diversi, dalla pesca a strascico alla piccola pesca, fino a palangari e reti da posta.

Questo sistema serve a regolamentare e limitare lo sforzo di pesca territoriale, determinando in quali specifiche zone marine un peschereccio a strascico è autorizzato a operare.

“Le imbarcazioni da pesca sono autorizzate a pescare nel compartimento di iscrizione e nei compartimenti limitrofi”, spiega Servetti. “Per un’imbarcazione iscritta a Imperia questo significa poter operare nel compartimento di Imperia e in quello di Savona, ma non in un terzo compartimento”.

“Essendo una provincia di confine, le imbarcazioni della provincia di Imperia hanno questo problema: hanno solo due compartimenti in cui possono pescare anziché tre”, sottolinea.

Una limitazione che incide quindi sull’area di mare potenzialmente utilizzabile dalle imbarcazioni imperiesi e che si aggiunge alle altre difficoltà economiche e normative con cui il settore deve fare i conti.

Il problema del ricambio generazionale

Secondo Servetti, il problema più generale riguarda il futuro stesso del comparto.

“Uno dei problemi che abbiamo in generale sulla pesca è quello del ricambio generazionale. Abbiamo pochi giovani che si avvicinano a questo mondo perché è un mondo dove c’è un’incertezza normativa”, spiega.

Un segnale positivo, tuttavia, è arrivato proprio quest’anno con l’assegnazione delle quote giovani per il tonno rosso.

“Abbiamo a Imperia le uniche due imbarcazioni che hanno ottenuto una quota giovani per il tonno rosso”, racconta Servetti. “Sono due imbarcazioni dove troviamo dei ragazzi under 40, addirittura su una under 30. Questo è forse un primo passo verso un cambio di direzione”.

Il problema, però, resta quello di riuscire ad attirare nel settore persone che non provengano necessariamente dalle famiglie che già lavorano nella pesca.

“Eravamo 27 nel 1985”

Il progressivo invecchiamento del comparto emerge ancora più chiaramente dalle parole di Rocco Iarlori, pescatore, armatore e capobarca del peschereccio Padre Pio, ormeggiato a Calata Cuneo.

“Qua eravamo 27 pescherecci a strascico nel 1985. Ora siamo rimasti in 4”, racconta. “Quelli che ci sono, sono figli d’arte, non sono nuove generazioni che vengono magari da fuori. Non è quindi gente nuova che entra nel settore”, rimarca Iarlori.

Secondo il pescatore, il mestiere ha perso attrattività anche dal punto di vista economico. “Non è più un settore che attira il giovane perché naturalmente è un lavoro dove ci sono delle difficoltà, di orari e via discorrendo. Però il punto è che non attira neanche economicamente. Una volta era diverso. Prima di me l’aveva fatto mio padre, prima di mio padre lo faceva mio nonno e via discorrendo”, racconta Iarlori. “Purtroppo adesso dobbiamo fare i conti”.

Il nodo, quindi, per queste acque, non è soltanto quanto costa oggi andare in mare, ma chi continuerà a farlo un domani.

Nel videoservizio a inizio articolo le interviste complete a Lara Servetti e Rocco Iarlori.