Riviera Time vi porta alla scoperta della figura di Alfredo Viglieri, ufficiale della Regia Marina, ovvero una delle figure più affascinanti della storia navale italiana del XX secolo. Noto soprattutto per il suo ruolo nella drammatica spedizione artica del dirigibile Italia nel 1928, Viglieri ha legato il suo nome a uno degli episodi più straordinari e umani dell’esplorazione del Polo Nord.

Viglieri nacque a levante della Liguria nel 1902 a Sarzana, ma mantenne stretti legami familiari con il Ponente ligure, in particolare con Borghetto Santo Spirito e Imperia. A Borghetto Santo Spirito infatti, è ancora presente la casa di Viglieri e una via che venne intitolata a lui proprio pochi giorni dopo il suo ritorno dalla famosa spedizione.

Arruolatosi nella Regia Marina e diventato capitano di vascello, intraprese la carriera come ufficiale idrografo e navigatore, specializzandosi in rilevamenti nautici e meteorologici, competenze fondamentali nelle grandi esplorazioni geografiche dell’epoca.

Nel 1928 all’età di 26 partì insieme a Mariano Adalberto, Savoia Aosta e come definito dal Dizionario Biografico 331 “commendatore dell’ordine Italia, al comando del maggior generale del genio aeronautico della Corona d’Italia, cavaliere Umberto Nobile”.

Nel 1928, Viglieri fu scelto come tenente di vascello e idrografo di bordo per la spedizione guidata dal generale Umberto Nobile al Polo Nord con il dirigibile Italia. Il volo era uno dei grandi sogni dell’epoca fascista: portare la bandiera italiana sull’Artico e raccogliere dati scientifici e meteorologici inediti.

Dopo aver raggiunto il Polo Nord, l’aeronave incontrò una tempesta durante il viaggio di ritorno e si schiantò sul pack artico. Viglieri fu tra i pochi superstiti: riuscì a mettersi in salvo nella leggendaria “Tenda Rossa” (dipinta di colore rubino per renderla visibile tra i ghiacci), dove rimase bloccato sul ghiaccio con altri otto compagni per 48 lunghissimi giorni.

Durante l’emergenza artica, Viglieri si distinse per il suo sangue freddo, spirito di servizio e lucidità. Viglieri era stato in grado di tracciare e mantenere sempre sotto controllo le coordinate durante tutta la spedizione così redasse un dettagliato diario di bordo, gestì le comunicazioni radio (quando disponibili) e contribuì alla gestione della sopravvivenza. Fu anche lui a preparare i segnali per i voli di ricognizione che alla fine permisero il soccorso da parte della rompighiaccio sovietica Krasin.

La vicenda, significativa ma sconosciuta ai più, emerge dalle pagine di una storica pubblicazione del Santuario di Bussana, datata settembre 1928 e titolata: “Una madre di fede e un figlio eroico al Santuario di Bussana”. La “madre di fede” era Emma, che pochi mesi prima si era recata al santuario per deporre un voto ai piedi dell’altare, chiedendo la grazia per il figlio Alfredo Viglieri, dato per disperso tra i ghiacci. Il ritorno a Bussana di Emma insieme ad Alfredo, sopravvissuto alla tragedia, rappresentò il compimento di quel voto. Ciò che nelle intenzioni avrebbe dovuto essere un semplice atto privato di ringraziamento si trasformò rapidamente in una partecipata manifestazione collettiva, capace di coinvolgere l’intera comunità e di restare impressa nella memoria locale.

Una preziosa testimonianza è inoltre raccolta nel libro “48 giorni sul pack” (1929), in cui racconta con precisione tecnica e intensità umana l’esperienza dell’incidente, del freddo estremo, delle speranze e delle tensioni tra i superstiti.

Dopo il salvataggio, Viglieri fu accolto in Italia come un eroe nazionale. Continuò la sua carriera nella Regia Marina, partecipando anche a incarichi tecnico-scientifici nell’ambito dell’idrografia e della formazione navale. Nonostante la retorica dell’epoca tendesse a semplificare i ruoli dei protagonisti della missione, la figura di Viglieri mantenne un profilo tecnico e sobrio, lontano dalle polemiche che coinvolsero Nobile e altri ufficiali.

Oggi Alfredo Viglieri è ricordato come una delle menti tecniche più importanti della spedizione artica italiana. Alcuni dei suoi effetti personali tra cui la macchina fotografica usata nell’Artico, documenti e indumenti originali, sono esposti al Museo Navale di Imperia, dove occupano un’intera sezione dedicata alla “Tenda Rossa”.

Numerose scuole e biblioteche liguri citano la sua figura come esempio di professionalità, resistenza e spirito scientifico. La sua testimonianza rimane uno dei documenti più sinceri e autorevoli della spedizione Italia.